Dicembre 5, 2023

Il conformismo: l’estinzione dell’uomo critico

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di Danilo D’Angelo

Avrei potuto anche intitolarlo “Una voce nel deserto”, questo articolo, e sarebbe andato bene lo stesso. Non mi riferisco solo alla mia voce, non sono così autoreferenziale, ma a quella di tante persone, quelli che chiamo uomini di buona volontà, persone mosse da uno stimolo autentico a cambiare le cose, oserei dire intimamente altruisti. Persone che da anni si impegnano alacremente, senza risparmiarsi, sottraendo tempo non solo al loro lavoro, ma soprattutto alle proprie famiglie, cercando di mostrare nuove vie da percorrere, modi diversi di intendere la società e la vita in generale a chi è obnubilato dalla propaganda e non vede la realtà di ciò che sta accadendo.

Visionari, direte voi, può darsi, ma dato che s’impegnano tanto, che sacrificano la loro esistenza e mettono in crisi quella di chi gli sta vicino, credo meritino un po’ di rispetto e una briciola del vostro tempo per provare a capire cosa stanno dicendo.

Tutto il giorno ci riempiamo la testa di notizie che provengono da chi non solo gestisce l’informazione, ma addirittura la notizia la crea e non vogliamo dedicare un solo minuto a chi non ha alcun interesse ad appesantire la propria vita e quella dei suoi cari, a sentirsi bersaglio delle più bieche e superficiali accuse (no vax, negazionisti, complottisti e chi più ne ha più ne metta) se non per amore della verità e della giustizia? Questo, per lo meno, nelle loro intenzioni. Perché non dedicare del tempo ad ascoltarli? Curioso vero?

Forse ha ragione Krishnamurti quando asserisce che le persone non vogliono essere disturbate. Lasciateci così, abbarbicati alle nostre certezze, rannicchiati nel nostro caldo bozzolo di verità e autorità precostituite, intorpiditi nel sonno della nostra ragione.

Il fatto è che la mente dell’essere umano assopito è talmente ottusa (etimologicamente “smussata, spuntata”) che reputo molto difficile riuscire a riportarla all’originaria acutezza. Dobbiamo renderci conto che, al di là dei temi, delle emergenze che ci vengono proposte, le nostre menti si allineano con una certa facilità a quella che viene definita come “la narrazione corrente”. Curioso termine, narrazione, rimanda al mondo delle favole. Chissà se è stato scelto con cura o è solo una coincidenza? Ve la stiamo narrando, raccontando come più ci aggrada e voi state a bocca spalancata come tanti bambini che ascoltano una storia come se fosse vera.

Mi rendo conto di dire una banalità se cito la famosa locuzione “divide et impera”, ma questo è ciò che le varie autorità che si sono succedute nella storia, recente e meno, hanno sempre fatto per controllare e governare un popolo. Ce lo dice la storia e siamo tutti d’accordo ad ammetterlo quando si tratta del passato, ma ci è difficile accettarlo se lo caliamo nel presente. Forse perché pensiamo di essere più furbi dei nostri antenati, che si facevano abbindolare più facilmente. Ma le tecniche si sono modificate, si sono affinate e oggi è molto più difficile intuirle. E noi ci caschiamo ancora e ancora e ancora.

Per esempio, ciò che sicuramente risulta dall’esperienza Covid o, meglio, dalla reazione indotta nella popolazione, è l’avvenuta frattura tra due mondi: da una parte quello che si conforma senza se e senza ma e dall’altra chi non si fida e vuole vederci chiaro. Non m’interessa in questa sede stabilire chi ha ragione o meno, ammesso che sia possibile decretarlo; quello che voglio sottolineare è quanto questa vicenda abbia contrapposto due modi di interpretare il ruolo di cittadini e quanto, una parte di loro, si senta poco o per nulla rappresentata sia da parte della classe politica, che dai media, così come si è sentita esclusa dalla società tutta. Ma la stessa divisione si è avuta riguardo la guerra in Ucraina e ancora sta avvenendo per gli scontri tra israeliani e palestinesi.

La realtà è un quadro divisionista: se ci stiamo troppo vicini, se siamo immersi in essa, non riusciamo a distinguerne le forme, non possiamo mettere a fuoco l’immagine. Al contrario, allontanandoci da essa, osservandola da una certa distanza, con un sobrio distacco, noteremo facilmente che lo spirito critico degli uomini ha subito una battuta d’arresto considerevole. L’anelito di libertà di pensiero sembra appartenere ad altri individui, di sicuro non all’uomo odierno.

Tanto che le seguenti affermazioni sicuramente non ci muoveranno le coscienze e risulteranno vaghe e inconsistenti:

[L’individuo] deve ribellarsi; ad ogni pretesa d’autorità, deve opporre uno sguardo risolutamente investigativo. [deve chiedersi]: tutto quello che dite concorda con i fatti del mondo, con il mio senso del giusto, col mio giudizio della verità, con la mia esperienza della realtà? E se non concorda, l’individuo in rivolta si getta alle spalle il giogo, proclama la verità come lui la vede, e nel far ciò colpisce inevitabilmente alla radice l’ordine religioso, sociale, politico e momentaneamente forse anche l’ordine morale della comunità così come si regge, perché si regge sull’autorità che egli disconosce e sulle convenzioni che egli distrugge e non su una verità viva che può contrastare con successo la sua.

Parole di un leader rivoluzionario, di Che Guevara? No, del molto più mite Sri Aurobindo, parole tratte dal suo libro “Il ciclo umano” del 1949.

Questo l’ideale di uomo per una personalità spirituale: un uomo che non si riduce al “conformismo”, sostantivo che faceva ribrezzo al solo pronunciarlo negli anni ’70, ma che ora è quasi sinonimo di giustizia, di equità; siamo tutti uguali, quindi va tutto bene, abbiamo tutti ragione, siamo tutti nel giusto. Un uomo che valuta, soppesa la verità delle autorità precostituite per confrontarla con la propria verità interiore. E se non combaciano non ci pensa un attimo a non dar più credito alla prima. Un uomo in via d’estinzione.

Se già prima dell’era Covid c’erano frange di dissenso all’interno della società, oggi queste frange sono più nutrite e faticano a trovare un posto in questa situazione esasperata. A causa delle varie emergenze che la civiltà contemporanea è costretta ad affrontare molte persone si sono avvicinate a questi gruppi – associazioni, tavole rotonde, gruppi di studio,… – nel tentativo di trovare delle risposte sensate a una situazione che di sensato ha ben poco.

Personalmente, come chi mi legge sa da tempo, tendo ad affrontare i problemi alla radice ed è per questo che mi dedico da anni a far sì che la scuola sia un luogo dove i discenti trovino l’aiuto necessario per valorizzare le proprie qualità innate e prendano coscienza del loro ruolo di protagonisti della loro vita. Una siffatta scuola dovrebbe permettere l’evoluzione di un essere umano che nemmeno ci pensa alla guerra, per esempio, né come soluzione di diatribe, né nel suo complesso. Una tale scuola dovrebbe aiutare gli studenti a emanciparsi dall’idea della violenza insita nell’uomo, attraverso la comprensione dei propri limiti e delle proprie paure.

Immagino che tra di voi che mi leggete ci sarà qualcuno che non ci pensa proprio ad alzare le mani sul suo prossimo, perché questo tipo di reazione non fa parte di se stesso. E ce ne sono tanti come voi, prodotti, forse, da un ambiente favorevole e circondati da stimoli culturali favorevoli. Quindi da una vera buona scuola, non di renziana memoria.

Ma questo è il mio pensiero; tanti appartenenti a questi gruppi, pur riconoscendo l’importanza degli effetti della scuola sulla popolazione del futuro, pongono la loro attenzione, appunto, sulle emergenze, che siano di ordine politico, sanitario, economico o altro. Io, come ho già avuto modo di spiegare, da questo punto di vista mi sento un fondamentalista dell’istruzione, nel senso che ritengo urgente un cambio significativo del concetto di scuola, soprattutto dai 0 ai 7/10 anni. Ma capisco le esigenze degli amici e capisco che una nuova idea di società debba prendere in considerazione tutti quegli aspetti a loro cari.

Non sono, però, convinto dell’ordine delle priorità degli argomenti, perché si perde di vista il dato realistico che noi, al momento, non siamo in grado di cambiare un bel nulla, non nell’arco di dieci o vent’anni. Tempo necessario, invece, per i risultati di una riforma scolastica da approvare immediatamente, risultati che saranno apprezzabili, appunto, in quel lasso di tempo. Se tutti noi unissimo i nostri sforzi concentrandoci su una corposa revisione del sistema scolastico, forse riusciremmo ad ottenere un risultato che, di sicuro, non sarà l’ideale, ma almeno avrà posto le basi per la crescita di un uomo nuovo.

Lo so che è difficile sostenere una impopolare visione del mondo e della vita quando tutti gli altri vanno nella direzione opposta. Ma dobbiamo mantenere dritta la barra e non farci distrarre dalle sirene della facile illusione. Quando l’idea di mondo che l’Occidente ha costruito su milioni di cadaveri e storiche ingiustizie crollerà, e sta già crollando, i valori che hanno reso l’uomo unico nel panorama planetario, e forse universale, saranno le basi sulle quali costruire la nuova società umana, non i beni materiali o le ideologie.

Quello che dobbiamo fare è, come diceva Giulietto Chiesa, accendere i fuochi della resistenza. Una volta che la tempesta sarà passata, seminando morte e distruzione, quei fuochi tracceranno la rotta da seguire.

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