“Il dispotismo mediatico è così vasto e capillare da raggiungere ogni giorno, attraverso l’etere, la totalità degli adulti”.

(da “Tag. Le parole del tempo” di Domenico De Masi – Rizzoli, 2015)

Èarrivata sul tavolo del Tar del Lazio, il Tribunale amministrativo competente sugli atti di rilievo nazionale, la class action popolare contro la Rai: o, meglio, contro l’occupazione partitica del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso, registrato con il numero 1598, è stato promosso dall’associazione Generazioni Future rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile presso l’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei. Si tratta del primo passo, in funzione del pubblico interesse, di una strategia giudiziaria complessa affidata alle cure dell’avvocato Luigi Paccione del Foro di Bari.

Ora il Tar dovrà valutare l’opportunità di emettere una sentenza di accertamento, per verificare la “situazione di assoluta illegalità” in cui – secondo i ricorrenti – si trova la Rai dopo l’introduzione del Media Freedom Act approvato dal Parlamento di Strasburgo. Il regolamento europeo, vincolante e direttamente applicabile in tutti gli Stati dell’Ue, è entrato definitivamente in vigore l’8 agosto scorso e punta a garantire l’autonomia dei mass media, in particolare di quelli pubblici, dalle ingerenze della politica. Da quella data, dovrebbe scattare perciò la restituzione del canone a favore di tutti gli abbonati, come reclamano i promotori della class action.

A loro parere, oggi la governance della Rai “è radicalmente contraria ai principi e alle regole” richiamati dal provvedimento europeo. E, per di più, “le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con la collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi”. A quest’ultimo proposito, in un comunicato dei ricorrenti si legge che la class action mira anche alla “limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista”. È chiaro qui il riferimento a un possibile intervento della Corte di Conti, a cui è sottoposta la gestione finanziaria dell’azienda pubblica.

È sintomatico che, dopo tutte le proteste e le geremiadi profuse da decenni contro la lottizzazione della Rai a livello politico e nel circuito dell’informazione, si parli ancora poco di questa iniziativa giudiziaria. In teoria, dovrebbero farlo gli altri giornali (almeno quelli che non sono sovvenzionati direttamente dal governo) e magari i tg o i talk show dello stesso servizio pubblico, tenuti a rispettare il pluralismo dell’informazione. Sarà per indifferenza o magari per rassegnazione, è come se una “cupola” mediatica avesse decretato il blackout nei confronti di questa tv di regime che, dal “caso Petrecca” (Olimpiadi di Cortina) al “caso Pucci” (Festival di Sanremo), dalle manipolazioni sul referendum giustizia ai sondaggi fasulli e alle polemiche pretestuose sull’immigrazione, non perde occasione per mostrare la sua inclinazione al servilismo e alla subalternità.

Se la Rai è un “bene comune”, come sostengono i promotori della class action, occorre una mobilitazione popolare per contrastare una deriva che negli ultimi tre anni ha già fatto perdere alla Rai tre punti di share e la leadership a favore di Mediaset. Sono le associazioni, i comitati e i singoli cittadini, dunque, che devono attivarsi in difesa di un loro diritto collettivo sancito dall’articolo 21 della Costituzione. La piattaforma attraverso cui si può partecipare è accessibile dal link: generazionifuture.org

Da Il Fatto Quotidiano del 21/02/2026 La class action è una chance contro la Rai “fuorilegge” di Giovanni Valentini

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