Proposta di un Protocollo di Sperimentazione per la Scuola al tempo del Covid-19

Introduzione

La scuola è un bene comune istituzionale e sociale preposto all’istruzione, cioè alla graduale trasmissione del vasto patrimonio culturale che ci appartiene, e alla formazione di quello spirito critico che faccia del piccolo uomo un adulto e un cittadino libero e responsabile, capace di attingere a un ideale superiore di armonia.

Nel nostro ordinamento la scuola si fonda su solide basi costituzionali, che ne riconoscono il ruolo fondamentale come luogo aperto a tutti e orientato ad un integrale sviluppo della persona umana.

Su tali presupposti, va da sé che la scuola si debba rendere interprete della relazione fondante tra micro e macro che prende espressione nel rapporto stretto tra persona e collettività: essa è quindi chiamata a sviluppare individui il più possibile sani ed equilibrati, che siano in grado di contribuire a una crescita altrettanto sana ed equilibrata della società tutta. Scuola e salute appaiono dunque intimamente legate. Ciò si evidenzia quanto mai in tempi di emergenza sanitaria, quando alle istituzioni è richiesto uno sforzo particolare affinché sia realizzato un reale bilanciamento tra diritti fondamentali dell’individuo e interessi collettivi.

In questo quadro, ci si interroga sulla sostanza giuridica, pedagogica e medica delle misure stabilite per la prevenzione del contagio, quali l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto, o al chiuso ma in un ambiente che consenta (salvo brevi eccezioni) un adeguato distanziamento,l’abitudine alla disinfezione, la smaterializzazione dei rapporti personali attraverso la didattica a distanza (oggi rinominata didattica digitale integrata).

Tutto ciò, oltre a comprimere l’effettivo esercizio del diritto allo studio in ogni ordine e grado di scuola, produce una serie di conseguenze negative sul piano emotivo, psicologico e comportamentale per bambini e ragazzi già reduci da un lungo periodo di quarantena durante il quale si sono instaurati, e spesso radicati, abitudini e stili di vita poco salutari, fino ai casi più gravi di degrado e maltrattamento domestico.

Si rimanda, per l’approfondimento, alla consultazione degli allegati predisposti.

Proposta di protocollo ragionato

1.      Frequentare tutti in presenza e conserenità

Le fasce più giovani della popolazione sono considerate a basso rischio di contagio[1], tuttavia tutte le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse a partire da febbraio lasciando chiusi in casa bambini e ragazzi, soggetti ad una severa contrazione del loro spazio di esperienza[2].

La scuola deve essere un luogo reale e non virtuale: l’ambiente di apprendimento deve essere uno spazio fisico dove bambini e ragazzi, anche attraverso il contatto sensoriale, possano fare esperienza di sé e degli altri.

La relazione educativa si fonda su un rapporto reale, immediato, fisico, partecipato e modulato tra i suoi vari attori e non può ridursi ad una fruizione passiva di immagini e parole mediate dal dispositivo informatico.

L’ipertrofia digitale, connessa all’uso pervasivo della didattica a distanza, ostacola lo sviluppo dell’intelligenza divergente, tende a consolidare meccanismi mentali riduttivi, a inaridire le attitudini cognitive e speculative, il ragionamento analitico, la riflessione critica, l’elaborazione personale, la creatività[3].

I bambini e i ragazzi hanno il bisogno e il diritto di iniziare la giornata scolastica in piena serenità. La misurazione della temperatura all’ingresso e le altre procedure medicalizzanti trasformerebbero la scuola in una sorta di presidio sanitario snaturandola del suo reale compito, con il prevedibile effetto di accrescere stati d’ansia ed educare individui ipocondriaci e condizionati al continuo monitoraggio della propria salute. Tale pratica, inoltre, risulta in contrasto con il profilo professionale del personale scolastico il cui CCNL non prevede competenze in ambito sanitario[4].

Frequentare la scuola in presenza deve essere sempre garanzia per il bambino che, nel caso di insorgenza di febbre o di qualunque malessere, venga accolto e accudito con serenità in attesa dell’arrivo della famiglia; affinché la scuola non diventi presidio ospedaliero è necessario che i bambini non siano sottoposti a trattamento sanitario nei locali della scuola. Nessun trattamento sanitario può essere compiuto da personale non qualificato e senza il consenso e la presenza dei genitori[5].

È necessario piuttosto far leva sulla responsabilità genitoriale attraverso una rete scuola- famiglia che sia in grado di rilevare le eventuali difficoltà e disagi.

Inoltre, in caso di malattia del bambino, sarebbe necessario tutelare il diritto al lavoro dei genitori prevedendo delle forme di sostegno con permessi retribuiti durante il periodo di convalescenza. In questo modo si otterrebbe più facilmente il rientro a scuola del bambino non prima della sua completa guarigione[6].

Altro aspetto che genera tensione è la gestione, in alcune scuole, degli ingressi scaglionati che mette in difficoltà in primis le famiglie con più figli, aspetto tutt’altro che secondario, e anche i collaboratori scolastici che spesso non sono presenti in numero sufficiente a garantire un’accoglienza serena.

 2.     Incentivare la socialità

È necessario garantire l’utilizzo di ambienti il più possibile ampi per lo svolgimento delle attività didattiche, evitando classi troppo affollate, al fine di consentire un più efficace intervento dell’insegnante nella relazione didattico-pedagogica.

Per superare il problema dell’affollamento con il dovuto riguardo allo sviluppo psico-fisico armonico degli scolari, è conveniente investire in strutture e risorse umane più che sulla digitalizzazione della didattica che inibisce la socialità e induce all’isolamento.

La scuola deve essere preservata quale ambiente di esperienza sociale e democratica garantendo le opportunità legate alla partecipazione agli organi collegiali, alle assemblee, a comitati e collettivi per la scuola secondaria superiore e, per i più piccoli, a momenti di discussione che li rendano partecipi della vita della scuola e ad attività cooperative che incoraggino il confronto tra pari[7].

Nell’ottica di una scuola di prossimità, l’uso dei locali scolastici, nel rispetto delle misure di sicurezza, dovrebbe essere aperto al territorio affinché le scuole vengano valorizzate come spazio di aggregazione, di socialità e di incontro della comunità.

 3.     Comunicazione del volto

L’uso della mascherina, che si configura come strumento di protezione individuale, va valutato in relazione anche ai suoi potenziali effetti avversi in tutte quelle situazioni in cui non sia assolutamente necessario, come all’aperto o quando sia mantenuto (salvo brevi eccezioni) un adeguato distanziamento[8].

Le espressioni del volto sono parte integrante del rapporto educativo e pedagogico- didattico; esse, attraverso le espressioni e le micro-espressioni facciali, svelano le emozioni che integrano la comunicazione verbale e non verbale e la arricchiscono non solo ai fini dell’apprendimento, ma anche dello sviluppo emotivo ed empatico[9].

La mascherina rischia anche di diventare una sorta di barriera sociale, un simbolo di limitazione della libertà di espressione, in contraddizione con il principio fondante della scuola preposta a educare al pensiero e allo spirito critico[10].

 4.     Buone pratiche di igiene

La scuola deve mettere al centro delle sue pratiche di igiene un’idea di salute intesa come uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia.

Si rivela maggiormente strategico educare alla responsabilità per la propria salute e allo sviluppo di sane pratiche igieniche, piuttosto di percepirla costantemente minacciata dagli altri e dall’ambiente.

Garantire una cura attenta degli ambienti perché siano accoglienti e puliti risponde maggiormente al principio di prevenzione rispetto al mettere in atto rituali ossessivi di disinfezione delle mani e degli oggetti, che portano a un inevitabile stress psico-fisico. Gli ambienti devono essere lavati possibilmente con prodotti ecocompatibili; importante anche la cura della giusta areazione[11].

Lavare le mani prima di consumare un pasto, così come al rientro da un’attività di laboratorio, deve essere considerata una pratica igienica di buon senso che rientra nell’educazione civica, oggetto di insegnamento trasversale attraverso diverse pratiche quotidiane.

Un buon lavaggio delle mani si può fare con acqua e sapone, evitando l’uso di gel disinfettanti a base alcolica che possono creare reazioni avverse. Non serve continuare a insaponare e lavare dorso delle mani e polsi, rimuovendo i fattori protettivi della cute: basta lavare e strofinare sotto acqua corrente le dita, soprattutto le punte che entrano in contatto con le mucose di occhi, bocca e naso.

Al fine di garantire una più efficace pratica igienica, si suggerisce una progressiva sostituzione dei rubinetti a manopola con rubinetti a leva o a pedale[12].

A ciò si aggiunga il grande ostacolo che la pratica di continua disinfezione pone allo sviluppo delle attività didattiche, sottraendo alle lezioni una quantità di tempo che non è possibile recuperare in alcun modo.

Una buona pratica di igiene non può prescindere da uno stile di vita sano a partire dalla alimentazione[13]; sappiamo infatti come quello di cui ci nutriamo determini il nostro livello di salute e la qualità del nostro sistema immunitario che, se ben curato e solido, sarà resistente a batteri o virus più di qualunque mascherina o gel sanificante[14].

La scuola dovrebbe avere un ruolo cruciale per una formazione improntata sulla salutogenesi, senza escludere nemmeno un coinvolgimento delle famiglie che troppo spesso, per disinformazione o disinteresse, non contemplano l’associazione alimentazione- salute tra le regole principali per un corretto stile di vita.

 5. Coltivare la fiducia negli altri

È necessario reagire in ogni modo per scongiurare il rischio di isolamento fisico e psicologico conseguente alle misure emergenziali legate all’epidemia, riportando al centro della riflessione il valore e la dignità della persona umana e sostenendo la creazione di rapporti di fiducia con gli altri.

A partire dal presupposto che aiutare gli altri costituisce il principale principio terapeutico, la scuola dovrebbe incoraggiare la solidarietà e l’altruismo: nell’aiutare un compagno in difficoltà è possibile accorciare le distanze e riprendere in mano la propria socialità, alimentando altresì il senso di appartenenza ad un gruppo. Effetti positivi di una tale semplice pratica si riverberano anche a livello della stima di sé e della stima degli altri, un sistema efficace dunque per la costruzione di rapporti di fiducia nel confronto con gli altri[15].

Per questo si devono valorizzare le attività didattiche che esaltino la collaborazione e la cooperazione, onde evitare il deterioramento del clima sociale che passa trasmettendo idee di separazione e diffidenza.

L’altro non deve essere percepito come fonte di contagio e dunque di pericolo, ma come un individuo con il quale confrontarsi per crescere in modo armonico.

Particolare cura si dovrà prestare ai rapporti scuola-famiglia, che dovranno essere gestiti con estrema attenzione e cautela da parte degli insegnanti, impegnati in un delicato lavoro di comunicazione e rassicurazione.

 6.     Garantire la libertà dimovimento

Il movimento dell’essere umano è parte sostanziale del processo formativo ed evolutivo, nonché elemento centrale della salutogenesi.

A tal fine è fondamentale garantire ai bambini e ai ragazzi in diversi momenti della giornata la possibilità di spostamento rispetto alla posizione fissa del banco, sia durante gli intervalli del mattino sia del pomeriggio, anche come occasione di relazione e socializzazione.

A maggior ragione risulta di vitale importanza il momento dell’attività motoria a scuola che garantisce un corretto sviluppo psico-fisico, previene importanti patologie, migliora le capacità di attenzione dei bambini ed educa al rispetto delle regole[16].

 7.     Il ruolo della narrazione

Si rende necessario offrire a bambini e ragazzi, in modo rassicurante ed evitando accuratamente toni e contenuti allarmistici, una spiegazione di quello che è accaduto e che hanno vissuto quando la chiusura della scuola li ha privati della frequentazione dei propri compagni. Tali spiegazioni devono avere contezza della situazione, essere offerte in termini realistici seppur adattati alle età a cui si rivolgono, e scientificamente fondati.

È fondamentale che tutte le misure di prevenzione messe quotidianamente in atto siano presentate agli scolari come temporanee, così che non percepiscano la nuova realtà che si trovano ad affrontare come una nuova normalità a cui abituarsi[17].

Il tema della sicurezza deve trovare spazio all’interno di una narrazione che ne recuperi la sua reale funzione pedagogica, oscurata invece da un approccio poliziesco e intimidatorio che oltre a generare ansia nei bambini e nei ragazzi, lascia passare in essi un più sottile messaggio, assolutamente distorto e deviante, secondo cui il dare consenso alle “nuove norme di vita sociale” corrisponde ad essere il buon futuro cittadino ideale.

La narrazione, per la sua fondamentale importanza, è una proposta che andrebbe di fatto inserita nel Piano dell’Offerta Formativa che il Collegio dei docenti dovrebbe discutere e accogliere.

 8.     Ruolo e formazione del personale docente e dei dirigenti scolastici

In un clima di generale tensione formare i dirigenti e gli insegnanti ad un atteggiamento di contenimento di eventuali proprie ansie e di quelle dei bambini più spaventati potrebbe rivelarsi una strategia più efficiente dei tanti corsi di formazione proposti sul contenimento del contagio.

Sarebbe inoltre utile istituire per i docenti nel Collegio dei Docenti una Commissione dedicata a sostenere la coesione della comunità scolastica. In questo modo si potrebbero individuare le eventuali tensioni interne che, oltre a rendere difficile e faticosa la necessaria collaborazione, rischia di non garantire un’armonica presenza in classe[18].

I dirigenti scolastici dovrebbero essere sollevati dalle responsabilità sproporzionate così da orientare le loro energie alla creazione di una comunità scolastica come sano organismo sociale.

Gli spazi di manovra lasciati ai presidi, all’interno delle Linee Guida ministeriali, invece di agevolare le procedure e adattarle di caso in caso, generano situazioni paradossali che accrescono il caos e lo sbandamento di tutti gli attori interessati; per questo sarebbe necessario che si creassero a livello di ambito, distretto o provincia momenti di coordinamento con il coinvolgimento di tutti gli attori (dirigenti, docenti, genitori, enti locali), per confluire verso un’azione il più possibile coordinata, certo nei limiti del rispetto delle specificità del territorio, ma in modo da evitare le molteplici contraddizioni, incoerenze e mancanza di uniformità che le famiglie e gli stessi alunni rilevano nella gestione dell’emergenza.

Inoltre una scuola senza docenti stabili non potrà mai essere una scuola di qualità; si rende necessario assicurare fin dall’inizio dell’anno scolastico docenti regolarmente assunti in modo da garantire continuità didattica e un‘istruzione di qualità.

 9.     Rimanere umani utilizzando il buon senso

La scuola deve mediare le regole imposte e l’interpretazione della situazione emergenziale curando il linguaggio, prestando particolare attenzione ai contenuti in modo da non creare un clima di coercizione e di paura, già aggravata dalla comunicazione mediatica.

Simboli e cartellonistica all’interno delle scuole devono essere moderati e non invasivi; i messaggi che attraverso questi strumenti vengono veicolati devono essere armonici e rispettosi del pensiero del bambino, per cui si evidenzia di fondamentale importanza la mediazione dell’insegnante.

Rimanere umani è anche coltivare l’attenzione per il pianeta in cui si vive; per questo non può essere trascurabile fare luce sui consumi di plastica che la gestione dell’emergenza comporta, a partire dall’uso delle mascherine per passare ai tanti barattoli di gel sanificante, così come alla sostituzione di arredi e banchi ancora idonei all’uso e, anzi, più funzionali dei nuovi[19].

Rimanere umani è infine riconoscere che l’esperienza della fragilità e della malattia fa parte dell’esistenza umana e deve essere affrontata coltivando la fiducia nelle capacità dell’uomo di farvi fronte e superarle riconoscendole come momento di evoluzione personale.

 10. Una scuola inclusiva

Reduci dalla didattica a distanza, a tutti i bambini e ragazzi spetta con severa urgenza il diritto a ricevere adeguata attenzione, in particolare a quelli con bisogni educativi speciali, con difficoltà cognitive, relazionali o motorie. Questi sarebbero sicuramente penalizzati se privati della vicinanza, della possibilità di vedere in viso le persone che li circondano e di godere di una didattica personalizzata, sono, ancora una volta, la categoria più a rischio.

A tal proposito non si può non citare uno dei diritti fondamentali del docente che è la libertà di insegnamento; ritornare alla libertà di insegnamento, di fatto negata dalle attuali disposizioni vigenti che prevedono esclusivamente la possibilità di lezioni frontali, significa garantire il movimento e la vicinanza, permettendo al docente, la possibilità di scegliere l’approccio didattico maggiormente adatto al gruppo classe, alla situazione, al momento e ai bisogni dei singoli[20].

Una scuola inclusiva consente una democratica partecipazione dei genitori all’interno degli organi della scuola, tra cui i Consigli di classe e il Consiglio di Istituto affinché essi possano dare il loro contributo apportando un punto di vista complementare e integrativo.

Sulla base di tale presupposto operativo e, in seguito alla riapertura delle scuole secondo le disposizioni delle Linee Guida per il contenimento del contagio, si propone di istituire all’interno della scuola, di concerto con i rappresentanti dei genitori nei Consigli di Istituto, un OPG (Osservatorio Permanente Genitori) al fine di segnalare tutte le criticità che possano emergere nello sviluppo psico-fisico dei bambini e dei ragazzi, che quotidianamente sperimentano sulla propria pelle la contraddizione evidente presente tra il mondo fuori dalla scuola e quello della scuola, il quale ultimo ha subito la contrazione e la negazione più severa in assoluto delle libertà di movimento e di espressione.

[1]Si veda All. A, pagg. 2-3

[2]Si veda All. A, cap. 1, pagg. 2-3

[3]Si veda All. A – Approfondimento 3, pagg. 27-29; All. B pag 30; All.C, pagg. 41-42.

[4]Si veda All. C, pag 43.

[5]Si veda All. C, pag. 39

[6]Si veda All. C, pag. 39.

[7]Si veda All. C, pag. 39.

[8]Si veda All. C, pag. 39.

[9]Si veda All. B, pag. 33.

[10]Si veda All. C, pagg. 40-41.

[11]Si veda All. C, pag. 41.

[12]Si veda All. A, cap. 2, pagg. 4-7.

[13]Si veda All. A, cap. 2.3, pagg.12-14: Approfondimento 1, pag. 23-26.

[14]Si veda All. A, cap.3, pag.8.

[15]Si veda All. B, pag. 32-33.

[16]Si veda All. B, pag. 32-3

[17]Si veda All. B, pag. 32.

[18]Si veda All. B. pag. 30.

[19]Si veda All. A, Approfondimento 2, pagg. 26-27.

[20]Si veda All. C, pag. 38

Lo scenario a breve termine da scongiurare

L’educazione, la formazione dei giovani cittadini ha inizio nella micro struttura sociale della famiglia, transita poi nel mondo della comunità scolastica che forgia la personalità e la impulsa a trovare il suo ruolo, la sua realizzazione nell’ambito della più ampia società umana. L’efficacia di questo percorso, prima di crescita umana e poi professionale, dipende prevalentemente dalla coesione sociale, humus culturale ed esperienziale che accompagna il processo di crescita e di maturazione del giovane che dovrebbe essere al centro del nostro futuro bene comune.

Dall’osservazione spregiudicata dei fenomeni che si sono innestati nel tessuto sociale a vari livelli e dimensioni, a seguito della situazione sanitaria e dei protocolli proposti-imposti per dare continuità alla vita delle comunità scolastiche, possiamo osservare già nei primi giorni di scuola l’incipiente processo di frammentazione sociale nell’organismo scolastico, sia nelle relazioni tra gli organi che lo compongono, sia all’interno dei singoli organi.

In particolare:

  • La figura del Dirigente scolastico ha per suo ufficio dovuto adempiere alle indicazioni fornite dai due Ministeri, quello della Pubblica Istruzione e quello della Sanità e, dopo averne interpretato i margini di manovra, le ha rese manifeste ed operative in duplice direzione: verso il Collegio docenti e verso la comunità genitoriale.
  • Nell’avviamento delle attività scolastiche, nei Collegi dei docenti, i singoli insegnanti hanno dovuto trovare un compromesso sostenibile tra norme comportamentali da rispettare e far rispettare e la salute dei processi di apprendimento ed educativi degli allievi a loro affidati, quest’ultimo compito primo dell’istituzione scolastica.
  • Nelle comunità genitoriali il fenomeno si è presentato, per certi aspetti, ancora più complesso, anche a causa della dimensione numerica dei soggetti coinvolti nel processo di avviamento e mantenimento dello status nell’ecosistema scuola. A questo proposito si è notato che nei plessi scolastici di piccola e media dimensione, il fenomeno è meno cruento, anche perchè il tessuto sociale è maggiormente ancorato sul territorio ed al suo bacino di utenza, quindi con forze di coesione maggiori in virtù di una percezione più quotidiana, fondamento di relazioni più stabili.
  • Nelle singole classi gli studenti hanno vissuto (con diverse coloriture e gradazioni di intensità a seconda dell’età e quindi del grado di coscienza individuale) il riflesso dei pensieri, dei sentimenti e delle convinzioni individuali degli adulti che li circondano e verso i quali nutrono un senso di appartenenza in quanto punti di riferimento importanti, siano questi familiari o insegnanti con conseguente esperienza di scollamento e difficoltà relazionali.

In termini più sintetici, si sono manifestate le prime gravi difficoltà nel tenere in equilibrio il rispetto delle libertà di pensiero individuali e nello stesso tempo mantenere coeso il tessuto sociale, tessuto che sostiene le crisi evolutive di crescita nelle varie tappe di sviluppo degli studenti.

Tutti i soggetti coinvolti nel fenomeno si sono trovati di fatto tra l’incudine ed il martello: da una parte il dover sottostare a direttive imposte da un paradigma piramidale di responsabilità di ruolo e dall’altra il dover fare i conti con il compito che ognuno di questi ha sullo scacchiere della vita: elementi ideali e deontologicamente auspicabili, quali risultare dei buoni genitori, dei buoni maestri, dei buoni dirigenti scolastici capaci di fare squadra con i propri docenti, non perdendo di vista il fruitore primo del proprio impegno, il giovane. Ci si è trovati impreparati ad affrontare una situazione sociale imprevista, tanto complessa quanto preoccupante e disagevole: stati d’animo ed atmosfere che mal si confanno con gli ambiti scolastici. Nessuno dei soggetti sopraelencati è a priori responsabile dello stato in cui versa la scuola oggi a pochi giorni dalla ripresa delle attività, ma di fatto è stato appesantito al punto da muovere pensieri nelle direzioni più disparate, pur di mantenere al centro i valori fondanti della propria esistenza.

Assistiamo già al preoccupante fenomeno di insegnanti che chiedono un anno di aspettativa per motivi di crisi biografica e/o di coerenza deontologica, con conseguenti cattedre che rimangono vacanti per le assunzioni previste e non realizzate. Genitori che non accettando questa situazione inaugurano forme altre per istruire ed educare i propri figli, fenomeno da non confondere con la dispersione scolastica, bensì sintomo storico di una perdita di fiducia nell’istituzione scolastica.

Lo scenario sopra presentato è frutto di un’osservazione spregiudicata che vuole analizzare ed interpretare l’attuale fenomeno sociale ed inoltre responsabilmente segnalare ciò che oggi in forma embrionale si presenta come una sorta di avvio ad una lotta di tutti contro tutti.

Il Gruppo di lavoro “Scuola Bene Comune” ha sentito doveroso non solo indicare le criticità in cui versa il nostro Paese ed in particolare il mondo della scuola, ma anche porsi con atteggiamento interiore propositivo per scongiurare un danno le cui conseguenze in futuro non saranno facilmente riconducibili alla causa prima.

Una proposta concreta

La finalità del “Proposta di un protocollo di sperimentazione per la scuola al tempo del Covid-19” non è di essere un mero esercizio accademico, bensì con tale documento proponiamo una alternativa plausibile e praticabile alle linee guida indicate dal MIUR.

La proposta sopraesposta è di poter applicare il decalogo qui illustrato in alcuni istituti scolastici di diverso ordine e grado, su tutto il territorio nazionale, in cui la comunità scolastica si renda disponibile a sperimentarla.

Fine ultimo non è dimostrare che con tale protocollo non ci saranno casi di Covid-19 nelle scuole campione, ma che attuandolo si potrà garantire, agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie, una qualità delle ore passate a scuola molto simile a quella del periodo pre-Covid, senza aumentare i rischi di contagio.

Se questa sperimentazione sarà preclusa verrà meno la possibilità di sperimentare efficacemente il tentativo di mantenere in equilibrio i processi d’apprendimento e i protocolli pur necessari in tempi di coronavirus.

Proposta di protocollo di sperimentazione per la scuola al tempo del Covid

3 commenti su “Proposta di un Protocollo di Sperimentazione per la Scuola al tempo del Covid-19”

  1. Fabiola Limuti

    Sento di voler esprimere un profondo ringraziamento per il vostro impegno, è un ottimo lavoro, segno che ci sono forze che ancora mantengono lucidità e buon senso. Tutti i momenti di crisi ci offrono opportunità di miglioramento, quella del coronavirus è una di queste. Ancora grazie

  2. Antonella Malaguti

    Grazie infinite per questo lavoro, che abbiamo il dovere morale di condividere con i nostri dirigenti scolastici e insegnanti, con il provveditore agli studi e con le cariche più alte che gestiscono l’istruzione.

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