Gestione partecipata

Generazioni Future e Futura: gestione pratica partecipata dei Beni Comuni

2 interventi di UGO MATTEI su Italialibera.online

NEI PRIMI MESI del 2019, al fine di far tesoro dell’esperienza fallimentare nella gestione politica del post referendum sull’acqua pubblica del giugno 2011, il Comitato Rodotà ha dato vita alla Cooperativa di mutuo soccorso intergenerazionale ad azionariato popolare diffuso Stefano Rodotà. (www.generazionifuture.org). La ragione sociale della cooperativa, più nota come “Generazioni Future Rodotà”, era di mettere a disposizione di quella maggioranza della popolazione italiana che aveva votato contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici, una stabile infrastruttura di partecipazione democratica. Sebbene in grave ritardo, quell’oltre 50% dell’elettorato che, indipendentemente dalla propria collocazione politico-partitica, aveva mostrato di aver a cuore i beni comuni votando contro i progetti neoliberali di loro gestione estrattiva e mercatistica, doveva trovare a disposizione una modalità organizzativa per poterli difendere in modo politicamente efficace, nell’interesse delle generazioni future. 

La coop intergenerazionale, in cui il Comitato Rodotà si è infine disciolto, si fonda sulla visione, anche spirituale, per cui le generazioni future hanno bisogno di noi per poter abitare un mondo abitabile, ma noi abbiamo bisogno di loro per tornare cittadini e rifiutare la depressione e l’impotenza che deriva dall’esserci trasformati, in un eterno presente, in bruti consumatori di prodotti inutili e dannosi. Per questo lo Statuto della Coop prevede quattro diverse forme di azione nell’interesse delle generazioni future e dei beni comuni, raccolte in altrettanti dipartimenti partecipati. 

Vediamo nell’ordine questi quattro dipartimenti partecipati. Uno politico, volto a rafforzare gli strumenti che superino gli attuali limiti della democrazia diretta nel nostro sistema, in cui ogni azione costituzionale di cittadinanza − dalle Leggi di iniziativa popolare ai referendum − è oggi di difficilissima attivazione e di assai dubbia incisività. Uno giuridico, volto a ottenere la rappresentanza giudiziaria delle Generazioni Future (la prima azione intentata a tal fine pende oggi a Strasburgo su un caso pilota di elettromagnetismo nelle scuole elementari di Frossasco). Uno di ecoalfabetizzazione, per rendere la cittadinanza, in ogni fascia di età, dotata di adeguati strumenti critici per superare l’ipnosi del capitalismo cognitivo, e il conseguente fideismo scientista: oggi siamo generalmente alienati rispetto alla natura e ai beni comuni e abbiamo dunque limitata capacità di distinguere il greenwashing dalle politiche genuinamente efficaci. Un dipartimento per la comunicazione dedicato a una nuova forma di comunicazione critica, tutta da immaginare, in funzione contro-egemonica. Infine un dipartimento economico, chiamato ad immaginare un’attività di conversione ecologica dell’economia, capace di produrre modelli virtuosi e anche di garantire sostenibilità economica alla Cooperazione intergenerazionale.

Per questa funzione di conversione ecologica dell’economia, si è dato vita alla costruzione istituzionale di una Rete nazionale dei beni comuni, che a sua volta sarà dotata di una complessa organizzazione, in cui organizzazioni assai diverse fra loro (oggi sono oltre una sessantina) possono mettere in comune quelle parti della loro azione che riguardano i beni comuni generando economie di scala e costruendo una massa critica capace di attrarre capitali da trasformare in beni comuni. Abbiamo infatti maturato la piena consapevolezza che questi processi devono avere notevole massa critica e capacità economica se i beni comuni non vogliono restare rinchiusi in qualche riserva indiana che ne vagheggia una sorta di ortodossia, diventando infine pensiero egemonico. Ovviamente spetta alla nostra coop evitare che l’egemonia si trasformi in cooptazione affaristica. 

Questa impostazione, frutto di teorizzazione ma anche di adattamento alle concrete circostanze della condizione politica (filosofia della prassi), era partita dall’osservazione per cui anche lo spettacolo della “rappresentanza politica” si fosse trasformato in vendita di merce inutile (schieramenti politici forti coi deboli e deboli coi forti) o dannosa (legata indissolubilmente a pratiche ecologiche devastanti). Tuttavia, la partecipazione di liste “benicomuniste” alle elezioni amministrative non è stata una rarità nel paese in questi anni (la prima fu guidata a Napoli da Alberto Lucarelli nel 2011), seppure la cooptazione da parte della partitocrazia sia sempre in agguato. Serve chiarire perciò, nella prassi e non solo in teoria, quali siano le condizioni strutturali che rendono una lista civica utile per la prassi benicomunista, producendo valore politico in chiave di ecoalfabetizzazione e partecipazione superiore allo snaturamento che può essere generato dalla strutturale competitività delle elezioni, rispetto al modello solidaristico e cooperativo del rapporto con le generazioni future congeniale ai beni comuni.  

NEL CORSO DEL NOVECENTO Torino è stata considerata a lungo una città-laboratorio sul piano economico e sociale. Può tornare ad esserlo anche oggi nel campo politico ed elettorale? A mio giudizio, a Torino si sono create condizioni favorevoli per un contributo volto ad affermare e praticare la difesa dei beni comuni. Sicché, superando le solite critiche ed il solito fuoco amico, abbiamo dato vita − nell’identica logica della cooperativa Generazioni Future − ad un esperimento nazionale a vocazione maggioritaria: una lista civica bene comune, denominata Futura per i beni comuni (www.futuratorino.org) guidata da chi scrive in veste di candidato sindaco mantenendo la carica di presidente di Generazioni Future.

La vocazione maggioritaria deriva dal rifiuto esplicito della collocazione dei beni comuni nell’ambito delle desuete categorie della destra e della sinistra, derivante dalla piena consapevolezza che la rappresentanza bipolare competitiva, figlia del costituzionalismo borghese liberale, sia  − nell’ambito degli attuali rapporti di forza − puro spettacolo di un unico sistema raccolto oggi nel draghismo. “Futura” è dunque un’operazione direttamente discendente dall’esperienza iniziata nella prima parte del nuovo secolo, e che ha portato in ordine cronologico: alla cosiddetta Commissione Rodotà, ai referendum del 2011, alla nascita di ABC Napoli; alla Fondazione Teatro Valle Bene Comune; al più avanzato regolamento comunale per i beni comuni ad oggi esistente, quello di Torino; al Comitato Rodotà e alla relativa Legge di iniziativa popolare; infine a Generazioni Future. 

Sostanzialmente “Futura” è un’esperienza di piena continuità all’insegna della sperimentazione istituzionale di alternative della democrazia partecipativa. Occorre superare la rappresentanza neoliberale fondata sul mercato elettorale e sulle sue costose campagne spettacolari, accessibili solo a partiti asserviti, in quanto finanziati da poteri forti. “Futura” mette perciò a disposizione della cittadinanza torinese, desiderosa di una trasformazione sociale in chiave di beni comuni, una infrastruttura civica di partecipazioneche prova a collocare i cittadini capaci e meritevoli direttamente al governo dei beni comuni della propria città. E si colloca al di fuori di ogni dipendenza dal sistema dei partiti e della loro logica verticale escludente che serve solo gli interessi oligarchici di potere.

Proprio come l’infrastruttura immaginata dalla Coop. Generazioni Future (www.generazionifuture.org) dà a tutti la possibilità di partecipare immediatamente − sottoscrivendo un’azione − alla fondamentale battaglia in difesa dei beni comuni, quella di “Futura” coinvolge da subito tutti gli abitanti della città. È un vero progetto civico di autoformazione e autogestione collettiva di un programma “bene comune”, attraverso autoformazione e gruppi di lavoro nel redigere il programma. L’obiettivo è la formazione di liste civiche in ognuna delle otto circoscrizioni cittadine e di una lista bene comune di tutta la città per le elezioni comunali. 

“Futura” rifiuta la narrazione ideologica di una contrapposizione fra centro destra e centro sinistra, e denuncia l’assoluta comunanza di interessi dei partiti (incluso il M5s) al mantenimento dello status quo oligarchico della città. La sola contrapposizione autentica è fra le pratiche escludenti e privatizzanti − messe in piedi da una partitocrazia debole con i poteri forti e spietata invece con i soggetti deboli − e la partecipazione popolare, autenticamente trasversale che l’infrastruttura di “Futura” offre a ogni cittadino torinese (e, in futuro, se l’esperimento funzionasse potrebbe essere esteso). Non la sinistra contro la destra − come le vediamo all’opera oggi − ma il sotto contro il sopra! 

La lista sarà cosi costruita dal basso − se la partecipazione popolare si chiama populismo, i beni comuni sono orgogliosamente populisti! − con otto assemblee di circoscrizioni (caucus) che si terranno in contemporanea il 6 di giugno ed in cui tutti coloro che si riconoscono nel progetto di tutela dei beni comuni e delle generazioni future possono partecipare. Si tratta di progetto inclusivo, sicché “Futura” esclude unicamente rigurgiti di fascismo, di xenofobia e di neoliberismo camuffato, con scelte di incandidabilità serenamente comunicate agli interessati sotto la diretta responsabilità politica del candidato sindaco.

Alle 17 tutti quanti, che si siano o meno registrati, potranno recarsi nelle piazze prescelte, e esercitare l’elettorato attivo illimitato (votano anche sedicenni e non cittadini) e passivo, limitato solo dalle regole in vigore sulla candidabilità. Cinque successive votazioni con il sistema della creazione di piccoli gruppi intorno a ciascun candidato (dopo una breve presentazione) ci faranno scegliere (con eventuali negoziati diretti) prima il presidente di circoscrizione, poi la lista circoscrizionale (due votazioni, una per le dieci donne e una per i dieci uomini); infine i quattro rappresentanti di quel caucus  territoriale (due uomini e due donne) per la lista comunale. Svolte le operazioni di voto locali, i garanti di caucus (un uomo e una donna) porteranno i risultati in luogo convenuto dove la collocazione dei rappresentanti di lista comunale avverrà nell’ordine dal caucus più partecipato a quello meno partecipato. 

Questa modalità di selezione dei candidati, aperta e democratica tramite caucus (sarà la prima volta in Italia), costituisce un aspetto fondamentale di una lista che possa dirsi civica bene comune. Gli altri aspetti sono: indipendenza e non subalternità ai partiti (le liste civiche in coalizione sono foglie di fico della partitocrazia), autoformazione continua, prima e dopo la formazione delle liste, sulla visione profondamente alternativa di città offerta dai beni comuni e infine produzione di un programma partecipato.

In particolare, i candidati eletti in ciascuna circoscrizione si impegneranno a convocare caucus periodici almeno quattro volte l’anno nei quali render conto alla cittadinanza del lavoro svolto in circoscrizione e prendere decisioni condivise. Si può così mantenere istituzionalmente un legame fra elettore ed eletto che un’erronea interpretazione dell’assenza di vincolo di mandato ha fatto perdere perfino a livello civico. Ciò risulterebbe particolarmente importante qualora il disegno di conversione istituzionale di “Futura” fosse realizzato. “Futura”, infatti, vuole costruire e gestire a livello circoscrizionale, tramite modalità di bilancio partecipato, l’intero budget comunale per il verde pubblico, i servizi sociali e la cultura, coinvolgendo e finanziando direttamente in modo sistematico le realtà civiche. Un disegno che, qualora realizzato, potrebbe far tornare la città ad essere davvero uno spazio pubblico curato come un bene comune. 

1 commento su “Generazioni Future e Futura: gestione pratica partecipata dei Beni Comuni”

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