“Green Gentrification”: quando la segregazione si fa ecologica – di Mosè Vernetti

Camminando per quelle zone di città, un tempo considerate “malfamate” e oggi in fase di “riqualificazione”, quelle zone che conservano ancora il loro volto originario, ma dove iniziano ad apparire strutture sparse che snaturano la loro essenza, come bar trendy e ostelli della gioventù accessibili solo a turisti facoltosi, è sempre difficile comprendere quanto certi processi di trasformazione urbana siano genuini o comunque necessari. Qual è la condizione che rende necessario un certo tipo di cambiamento delle aree urbane in cui viviamo? È questo cambiamento sempre veicolato dal profitto e dalla creazione di un’opportunità di investimento? Ciò che talvolta si percepisce nelle zone dove non si attiva un processo di trasformazione delle infrastrutture e degli spazi urbani, è riconducibile a un contesto economicamente depresso e stagnante. È quindi anche tramite questa percezione, che i processi di gentrificazione urbana tendono a essere mascherati e motivati da un miglioramento della qualità della vita, e da una comprensione del cambiamento in quanto necessario per lo sviluppo della condizione umana.

Dietro questa concezione di cambiamento si nasconde la natura fortemente esclusiva dei processi di trasformazione urbana, che prende forma dove viene individuata la possibilità di creare un valore economico trasformabile in profitto. Quel profitto, dato ad esempio dall’aumento del valore di un immobile, verrà poi esportato lontano dall’area urbana interessata, insieme alle persone che ci abitavano, nelle tasche di chi ha inizializzato, investendo del capitale, il progetto di riqualificazione di quell’immobile. Di conseguenza l’accumulazione di denaro, tramite l’espropriazione, facilita alle dinamiche di mercato la risoluzione delle questioni di disagio sociale, allontanando il benessere socio-economico dal degrado. Tutto può cambiare e trasformarsi, specialmente laddove è il denaro a definire il valore di una determinata trasformazione. L’esclusione è perciò l’ingrediente perfetto e più funzionale alla creazione di benessere, e dove i molti vengono esclusi dagli elementi positivi di un cambiamento, l’opportunità di fare affari dilaga. La creazione di denaro concentrato in poche mani, dunque, rimpiazza il cambiamento e ne diventa l’assenza.

Con la sensibilizzazione sulla questione ambientale, i processi di segregazione residenziale vengono ulteriormente facilitati. Il rinnovo degli spazi urbani, in conformità con la sostenibilità ambientale delle infrastrutture, ha aperto nuove porte a investimenti che più di prima hanno causato una netta divisione tra la qualità urbana dei quartieri facoltosi e quelli poveri. Se prima gli investimenti erano giustificati dalla retorica della riqualificazione, oggi l’emergenza climatica giustifica un’ulteriore espropriazione di capitale concentrato nelle mani di pochi, velato dalla necessità di aumentare gli spazi verdi nei centri città e la coesistenza delle infrastrutture con la natura. Tuttavia questi processi vedono spesso, oltre all’esportazione del disagio sociale, la periferizzazione dello smog e dei rifiuti. Stiamo parlando di Green Gentrification, o gentrificazione ambientale, definita dal Barcelona Laboratory for Environmental Justice and Sustainability come un processo che iniziando dall’implementazione di un’agenda di pianificazione ambientale connessa agli spazi verdi, genera l’esclusione e il dislocamento dei cittadini privati politicamente dei loro diritti civili. Questo perché il miglioramento della qualità ambientale in città tende ad aumentare la qualità della vita e il valore delle proprietà immobiliari, in particolare quando la coscienza civica sulla questione ambientale dilaga, costringendo i residenti più vulnerabili ad allontanarsi, per attirarne di più benestanti.

La speculazione sui terreni connessi a progetti verdi di larga scala non è tuttavia nulla di nuovo. Ad esempio, durante la creazione del primo parco pubblico in Europa nel 1840, il Birkenhead Park in Inghilterra, i commissari del parco, comprendendo la potenziale crescita del prezzo dei lotti di terra circostanti, ne comprarono la maggior parte per rivenderli a prezzi esponenzialmente maggiori nel momento della costruzione delle case. Questa fu infatti una delle ragioni che convinsero l’architetto Olmsted a progettare Central Park, al fine di aumentare sia il valore delle proprietà circostanti sia il gettito fiscale della città di New York. Sempre a Central Park, è emblematica la storia dimenticata del Seneca Village, quartiere di afroamericani sfrattati per la creazione del parco. Questi meccanismi sono sempre più presenti nelle città di oggi, ma nel tempo sono costantemente aumentate forme di ingiustizia climatica che affliggono appunto le comunità con redditi minori, le persone di colore e le comunità di immigrati; notoriamente le categorie che contribuiscono in minor misura al cambiamento climatico, che possiedono inferiori risorse per adattarsi a questo, e con accesso più limitato ai servizi ambientali come le aree verdi.

Per meglio comprendere l’essenza della green gentrification è utile osservare alcuni casi significativi di città occidentali in cui i nuovi modelli urbani del Ventunesimo Secolo verdi e “ambientalmente resilienti” sono imposti dalla retorica di investitori e agenti immobiliari. Questi casi evidenziano l’immagine distorta e distaccata dalla realtà che le amministrazioni locali, e i progetti di riqualificazione, propongono delle periferie. Un’immagine lontana dalla voce di chi ci abita, che considera le periferie i “cassonetti” dei centri urbani, che non rende partecipe nei suoi processi di trasformazione le persone che conoscono e subiscono le problematiche di questi luoghi. Si parla di progetti che mirano a migliorare la qualità ambientale e la salute pubblica dei quartieri periferici senza cambiarne il carattere socio-economico. In molte delle città afflitte da questi processi di cambiamento esiste però una forma di resilienza urbana locale, che mira a includere i residenti nei processi decisionali che determinano l’adattamento delle città alle necessità ambientali.

Nel Ted Talk “Greening the Ghetto”, Majora Charter racconta come le conseguenze della pianificazione dall’alto dell’amministrazione Newyorkese nel South-Bronx abbiano condotto al disagio diffuso di questa zona caratterizzata da significativi abusi ambientali. Nel South Bronx, infatti, sono gestiti più del 30% di tutti i rifiuti di New York – di cui gran parte in passato stavano a Manhattan – e sono processati più del 70% dei fanghi di depurazione di tutta la città. Questo vuol dire che più di sessanta mila camion dei rifiuti attraversano il vicinato ogni settimana, causando un’enorme concentrazione di smog. E’ proprio in questo contesto che realtà come Sustainable South Bronx (SSB) riescono a emergere, dando risposte attive dal basso a ciò che le amministrazioni e i progettisti non riescono a vedere. Non solo questa realtà si è posta l’obiettivo di avviare un “restauro ecologico” che partisse dal formare gli abitanti del South Bronx per svolgere lavori nel settore dei “colletti verdi”, come la pulizia dei terreni contaminati o la gestione della foresta urbana di quartiere, ma la più grande conquista di SSB consiste nell’aver reso partecipi alla trasformazione del loro quartiere persone che non avevano mai lavorato.

Spostandoci nella West-Coast, Sarah Dooling ha studiato l’impatto che i progetti di trasformazione urbana di tipo ecologico hanno sulla vita dei senza tetto di Seattle. In risposta alla chiamata del geografo marxista David Harvey per trovare un linguaggio che riveli le complessità e le specificità di come le ingiustizie socio-ecologiche sono prodotte, l’autrice utilizza il concetto di “green gentrification” per provocare intenzionalmente quella razionalità ecologista che, espressa tramite l’implementazione di piani urbani ambientalisti, produce disuguaglianze sociali quali, in questo caso, il dislocamento dei senzatetto dalle zone rinnovate e “per bene”. Nel caso di Seattle, infatti, il diritto alla casa dei senzatetto è stato leso da una razionalità ecologica esclusiva veicolata dalle logiche di mercato. La sostenibilità ambientale allora diventa un mezzo, e una scusa, per accrescere il valore di beni di lusso ottenibili con una spesa economica accessibile a pochi e distaccata dal processo di sviluppo sociale delle comunità.

Tornando sulla costa atlantica americana, nel quartiere di East Boston, storicamente abitato dalla classe operaia latino americana e italiana, è stato di recente avviato lo sviluppo di un progetto per trasformare in parco la linea costiera della città al fine di proteggere le abitazioni da future inondazioni. Gli agenti immobiliari lo considerano un contesto profittevole per investirci, e col tempo stanno spuntando i primi “piani di resilienza verde urbana”, dove speculazioni su lussuosi immobili in zone precedentemente umili stanno sia avviando un processo di rincaro degli affitti, ma anche mettendo a maggior rischio di allagamento quelle abitazioni circostanti che non sono ancora state adattate al progetto. Nel quartiere di East Boston questo tipo di ingiustizie hanno luogo perché i rischi dei gruppi socialmente vulnerabili, come l’espropriazione, sono messi da parte per prevenire i rischi dati dai cambiamenti climatici, attraverso la costruzione di infrastrutture verdi.

Anche in questo caso, la massimizzazione dei vantaggi privati è anteposta a quelli della comunità.

La transizione ecologica dovrebbe essere un’occasione e un mezzo per incentivare la cooperazione sociale e la partecipazione diretta dei cittadini nel risolvere una crisi comune, che è tuttavia maggiormente sofferta da chi ne ha meno determinato le cause. La crisi ambientale non si risolverà pretendendo dai cittadini un cambiamento radicale dei consumi, come se l’azione degli individui e delle comunità iniziasse e finisse scegliendo quale capsula del caffè acquistare, ma sarà fondamentale dare spazio all’attivazione e all’auto-organizzazione di comunità locali per trovare soluzioni collettive. Per cominciare, si potrebbe permettere ai residenti delle zone afflitte dai processi di green gentrification di partecipare allo sviluppo di progetti urbani che rispecchino la loro identità individuale e collettiva. Come abbiamo visto, l’adattamento dei processi di trasformazione urbana alla crisi climatica ha generato maggiori disuguaglianze e ingiustizie ambientali nelle città. La questione ambientale abbia fornito nuove opportunità di profitto a quegli attori che già prima guidavano i processi di trasformazione urbana, di riqualificazione e che quindi inizializzavano processi di gentrificazione. Tuttavia, grazie all’unione delle questioni di giustizia urbana e ambientale, c’è oggi più margine per rinegoziare i termini d’accordo tra le predatorie forze del mercato e le popolazioni delle periferie.

Mosè Vernetti

L’Europa Futura

“Green Gentrification”: quando la segregazione si fa ecologica

1 commento su ““Green Gentrification”: quando la segregazione si fa ecologica – di Mosè Vernetti”

  1. Trovo ineressante questo articolo sulla riqualificazione urbana non slegato dalla questione umana, non di quell’ecologia propugnata oggi dai poteri e dalle elite di questo mondo che nulla di ambientale e naturale hanno.
    Penso che solo la coesione uomo-tessuto urbano-natura sia il salto di buon senso, oggi importante, per evolvere in una socialità matura.
    Complimenti Mosè.

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