La ragionevole follia di uscire dallo stato di emergenza – di Ugo Mattei

Vorrei iniziare da alcune osservazioni critiche. Si è visto durante la crisi (e già la cosa era apparsa chiaramente nel 2008) che tutti gli indicatori ecologici sono migliorati a causa del lockdown e del relativo abbassamento del Pil (decrescita),
stimato in cifre doppie quasi ovunque nel mondo. Chiunque lo ha notato: non so su quale base
scientifica, ma l’eccezionale produzione di frutta sulle colline torinesi viene spiegata dai contadini con la qualità dell’aria e la felicità delle api nel periodo dell’impollinazione.
In secondo luogo, al di là della virulenza della pandemia in sé, sono venuti sicuramente al pettine nodi risalenti, che vanno dal disastroso – più che ventennale – smantellamento della sanità pubblica e delle strutture non redditizie come le terapie intensive, alle condizioni ambientali pessime nella pianura padana, la zona di massima concentrazione della mortalità legata alla diffusione del virus.
In terzo luogo, la pandemia ha creato condizioni di contorno facilmente trasformabili da alcuni soggetti capitalisti, oggi in posizione dominante globale, per poderose occasioni di business. L’industria farmaceutica e tutta la sua filiera si sono
certamente arricchite. Parimenti ha fatto profitti stellari tutto l’apparato della gig economy (organizzazioni economiche basate sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, ndr) la quale ha enormemente beneficiato dell’accelerazione impressa dalla crisi al processo (già in corso) di trasferimento del capitalismo (e in generale di ogni attività umana) sulla piattaforma. Il patrimonio personale di Jeff Bezos, titolare di Amazon, cresciuto di quattrocento miliardi in tre mesi, è una cartina di tornasole.

In quarto luogo, il dispositivo della paura, fomentata dalla spietata e cinica lettura di cifrequotidiane e spesso arbitrarie di morti e contagi, ha reso la popolazione più facilmente condizionabile e i toni del dibattito oltremodo irrazionali.
Il sospetto generato dall’accumulo di profitti ha spinto taluno a collegare elementi storici incontrovertibili in una narrazione complottista, fondata su nessi indimostrati e indimostrabili, che collegano fra loro fatti reali. Per esempio, è un
fatto che Bill Gates abbia una società di computer necessari per navigare in Rete, la Microsoft, che come tutta la gig economy, è fra i vincitori del processo sociale innescato dalla pandemia. È pure un fatto che egli abbia una fondazione,
con la moglie Melinda, che costituisce ormai la principale fonte di sostentamento dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), avendone finanziate svariate campagne pure vaccinali. È anche noto che lo stesso multimiliardario, uno degli uomini più potenti del mondo, abbia talvolta dichiarato preoccupazione per il sovraffollamento del mondo e perfino partecipato a un progetto della John Hopkins University, volto a immaginare una pandemia e a studiare le possibili reazioni. Ciò ovviamente è lungi dal dimostrare che l’Oms abbia dichiarato lo stato di pandemia per fare un favore economico a Gates o che questi abbia cospirato con altri vincitori dei processi sociali (big pharma) per creare ad arte questa situazione al fine di vaccinare soggetti debilitati e ucciderli, ovviando al sovraffollamento globale.

I beni comuni antidoto a complotti e scientismi
Queste connessioni, calate in un clima globale di sospetto, sono state comunque sufficienti per instillare tanto i più atroci dubbi (oggi definiti con orribile traslazione storica negazionisti), quanto le più sdegnate e altrettanto irrazionali
posizioni, terrorizzate e ipocondriache, di quanti vagheggiano qui e adesso un vaccino purché sia. È tanto irrazionale ed estremista il complottismo quanto l’accettazione di qualsiasi lesione dell’ordine costituzionale e dei diritti fondamentali in nome di una non precisata soluzione scientifica alla pandemia.
Il pensiero benicomunista a questo proposito introduce un indispensabile elemento di ragionevolezza. Intanto, esso costituisce, come ben noto, un forte antidoto allo scientismo positivista che caratterizza la traduzione tecnologica della scienza. Fondati nel pensiero sistemico e nelle più avanzate epistemologie di una scienza della qualità, e non meramente della misurazione quantitativa, non possiamo che essere scettici del meccanicismo proclamato in modo fideistico dai vari epidemiologi e comitati tecnico-scientifici. Il dibattito scientifico non può sopportare alcun tipo di preclusione ideologica
o paradigmatica. Esso deve produrre sapere e il sapere è un bene comune, fondato appunto sull’accesso libero alla conoscenza e sulla libertà di critica anche sovversiva. La traduzione del sapere scientifico in politiche non è un fatto
meccanico, incontrovertibile, ma una scelta di cui in democrazia ci si assume la responsabilità. Da questo punto di vista, nel centenario del martirio di Giordano Bruno, la Chiesa sotto la guida di Francesco ha dimostrato di aver fatto passi da gigante, mentre gli apparati ideologici del globalismo mostrano una incredibile regressione.

Sottrarre il vaccino al profitto

Le condizioni del sospetto, che genera i mostri di un dibattito forsennato e irrazionale che fa strame del buon senso ma anche purtroppo del diritto costituzionale, sono istituzionali. Anche qui la lezione dei beni comuni è assai chiara e anche qui soluzioni ragionevoli sono possibili. Il sospetto è generato dalla struttura estrattiva del capitalismo finanziario globale e dalle condizioni geopolitiche di rinnovata Guerra fredda. La gente sa che un vaccino, tanto più se implementato obbligatoriamente su miliardi di persone, produrrà profitti da capogiro per big pharma. Il capitale già sconta questa situazione anticipando la festa ed in effetti, pur con l’economia reale in ginocchio (main street), la borsa, (wall street), fonda record su record. Si noti che questi profitti sperati e già in parte incassati sotto forma di aumenti del valore azionario di chi sta investendo nei vaccini, sono indipendenti dalla qualità degli stessi.
Che servano o non servano, che siano benefici o nocivi, è, dal punto di vista del capitale, una variabile irrilevante. Ciò che importa è la tempistica e la capacità di condizionare il potere politico per renderli obbligatori e determinarne così la somministrazione a miliardi di persone. In un mondo in cui i rapporti fra pubblico e privato sono sbilanciati a favore di quest’ultimo in modo impressionante ciò giustifica (anzi rende ragionevole) ogni sospetto di corruzione del processo politico da parte di interessi privati.
La difesa giuridica o, meglio, la stessa costruzione istituzionale dei beni comuni come strumento di difesa dell’interesse pubblico, nasce proprio, a partire dai primi anni 2000 coi lavori che portarono alla Commissione Rodotà dal tentativo di ovviare a questi squilibri. Il loro sviluppo e la loro estensione limita infatti l’estrattività dei processi economici, ponendo ciò che è riconosciuto come bene comune fuori dalla logica del mercato (extra commercium secondo la terminologia mutuata dal diritto romano). Ora è chiaro che se il vaccino, così come ogni altro dispositivo di difesa della popolazione dal Covid-19, fosse considerato bene comune dell’umanità, e trattato come tale fuori da ogni logica di profitto ma, come i beni comuni, in una logica di cura e di bisogno, verrebbero meno tutti gli incentivi economici distorti dal profitto che generano sospetto. Questo dovrebbe essere al centro di un’azione politica, condivisa sia dai cosiddetti tecnottimisti sia dai no vax. I beni comuni aiutano concretamente a uscire dalla dittatura dell’ economia, ripensando a fondo l’ordinamento giuridico e istituzionale. Solo facendolo si ristabilisce la fiducia, e soltanto in un clima di fiducia si possono trovare, con competenza e creatività, soluzioni all’altezza dei problemi drammatici che ci attanagliano.
Per dirla con Stefano Rodotà, una “ragionevole follia” da portare avanti tutti insieme, superando contrapposizioni estremiste ed evitando di finire come i capponi di Renzo.

(l’articolo è uscito sulla rivista La Via Libera numero 5)

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