La scuola che non c’è
(e che vogliamo)

di Danilo D’Angelo 

Chi mi conosce sa che pecco di memoria. Non sono mai riuscito a recitare una poesia o a ricordarmi i numeri telefonici, prima che la vita di tutta l’umanità venisse modificata dall’arrivo dei telefoni cellulari. Incredibilmente, però, so a memoria tutti i testi dei musicisti che apprezzo maggiormente, nonostante siano brani degli anni ’70. Così come ricordo i nomi di diverse costellazioni e delle stelle che le compongono. Quando suonavo la chitarra classica ero la disperazione del mio maestro, perché imparavo i brani a memoria, infatti non sono mai stato un bravo lettore “a prima vista”, anche se questo mi salvò una volta durante un concerto in trio, quando mi accorsi di avere aperto davanti a me lo spartito del brano sbagliato, ma nessuno, nemmeno i miei colleghi, se ne resero conto proprio perché sapevo il brano a memoria.

Eppure, ancora oggi, la mia memoria è un disastro. Non mi ricordo nemmeno cosa ho mangiato stamattina e – nel mio caso – non è un modo di dire, ma la verità, come sanno bene le persone con le quali condivido l’esperienza associazionistica.

Se ripenso agli anni della mia fanciullezza, quando frequentavo le scuole elementari, non ho ricordi di quando ero in classe e la maestra mi insegnava qualcosa; non rammento di aver imparato a scrivere o a far di conto. Non ho immagini della maestra che, prendendomi la mano, mi accompagnava nel formare le lettere, per esempio. Tutti i miei ricordi di quel meraviglioso periodo della mia vita, perché questa è la sensazione che porto con me ora che di anni ne ho sessanta, riguardano i momenti di relazione che ho vissuto con i maestri e con i compagni di scuola, sia in classe che fuori da essa, e sono davvero tanti. Come anche mi rammento perfettamente quando mio fratello mi insegnò ad andare in bicicletta senza le rotelle o quando facevo le gare in bicicletta con gli altri bambini nel parco vicino a casa. Mi ricordo che mio papà, corrispondente de “Il Giorno”, per chiamare Milano da Vigevano (città in cui sono nato e vivevamo) doveva chiamare il centralino per farsi passare la redazione e mi ricordo ancora il numero di telefono di casa.

Ma dei momenti passati in classe con la maestra nulla, il vuoto assoluto. In otto anni, tra asilo ed elementari, non un ricordo di un insegnamento ricevuto. Delle punizioni sì, delle bacchettate sulle mani, del terribile “riposino” del dopo pranzo con la testa appoggiata sul banco, dove dovevi per forza dormire, sì che mi ricordo. Ma non solo momenti negativi; rammento benissimo i pennini che si usavano allora per scrivere, intingendoli nel calamaio posizionato nell’apposito buco in alto a destra del banco, mi ricordo  che alcune volte facevo fatica a inserire il pennino nell’impugnatura di legno arancione, che ogni tanto bisognava rimettere a posto le due punte di metallo di cui era formato, altrimenti non scriveva, mi ricordo l’odore dell’inchiostro, il colore del banco e delle sedie.

Allora penso a quanto riportava Salman Rushdie nel suo libro “Joseph Anton”, quando, durante il discorso di inizio d’anno, il Rettore di Oxford disse che i momenti in cui avrebbero imparato di più non sarebbero stati quelli passati in classe o a studiare sui libri, ma la sera, quando sarebbero andati al pub con i compagni di corso.

Quindi, forse, andare a scuola, nel senso di entrare in una classe e stare seduto dietro un banco per 5 o 6 ore, non è né l’unico modo di imparare né forse il migliore. Alla maggior parte di noi, quando sente pronunciare la parola scuola, vengono in mente le aule, i banchi, le cattedre e le lavagne. Ma il concetto, l’idea di scuola non lo dovremmo identificare con un luogo. La scuola è un mondo intero, è una parte fondamentale della nostra esistenza, è il modo in cui la vita trasmette le esperienze di altri che ci hanno preceduto e che non conosceremo mai direttamente. È il modo di apprendere altro da ciò che ci viene trasmesso attraverso il patrimonio genetico. E non è esclusivo degli essere umani. Al momento, che io sappia, non abbiamo elementi per sapere se c’è un insegnamento che viene trasmesso in un modo simile anche nel regno vegetale, ma in quello animale c’è di sicuro. Tutti gli animali imparano, acquisiscono conoscenze, nel corso della loro vita, oltre a ciò che noi definiamo istinto. L’apprendimento è insito in ogni essere vivente, ma solo noi lo facciamo in scatole di cemento. 

Questo pensiero ha fatto sì che mi rimettessi a girare l’Italia e non solo, alla scoperta di realtà scolastiche conosciute e non, che utilizzano metodologie didattiche altre da quelle, diciamo così, classiche. L’emergenza sanitaria di questi ultimi mesi ha messo in evidenza tutte le problematiche che la scuola italiana si trascina da decenni, nell’indifferenza – per usare un eufemismo – della nostra classe politica, offrendo a queste metodologie “alternative” l’occasione non solo di farsi conoscere, ma anche di essere esempi virtuosi che propongono un modo diverso di intendere la scuola, il ruolo dell’insegnante e, quindi, dell’insegnamento.

E girando, chiedendo e informandomi, ho incontrato diverse realtà scolastiche che vanno oltre al concetto di aula, sia in Italia, che in altri Paesi come gli Stati Uniti, l’India e l’Australia. Scuole che utilizzano l’esperienza diretta, sul campo, per insegnare tutte le materie classiche, dalla matematica alle scienze, dal disegno alla letteratura, dalla storia alla geografia, prendendo spunto dalla realtà che circonda gli scolari, dal loro territorio, le loro tradizioni, i mestieri che vengono svolti all’interno della loro comunità. E i bambini apprendono più volentieri e ciò che apprendono si fissa in loro perché non lo fanno tramite un libro, un compito o dei segni sulla lavagna, ma attraverso la loro esperienza diretta. 

Molte scuole sono concepite con questa metodologia, a mio avviso, più naturale d’apprendimento. Certo, questo comporta un impegno e una responsabilità diversi da parte dell’insegnante. Non si deve accontentare di spiegare la lezione e di far studiare dalla pagina tot alla pagina tot. Deve prepararsi quasi quotidianamente la lezione, che deve essere tagliata su misura per la sua classe, se non addirittura per ogni studente. Un esempio di questo modo di intendere la scuola ce l’offre lo splendido sceneggiato del 1972 “Diario di un maestro” di Vittorio De Seta, che vi invito a vedere.

Queste diverse metodologie d’insegnamento hanno in comune lo sviluppo della parte dell’essere umano meno apprezzata da questa nostra società: la parte irrazionale ed emotiva.
Da bambini la nostra non è di certo una mente razionale. Viene educata a esserlo. E questo non è un male assoluto, se la razionalità non prende il sopravvento sull’altra parte e, soprattutto, se quest’ultima non viene addirittura imbavagliata e azzittita. I bambini, anzi, andrebbero incoraggiati a sviluppare quella parte di sé che definiamo istintiva, intuitiva. E che i bambini questa loro parte la sanno usare bene, senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato, lo sanno benissimo gli insegnanti innamorati di quella che dovrebbe essere la loro passione, anziché un mestiere. Perché i bambini sentono se l’insegnante è partecipe o meno. Capiscono se l’insegnante è lì perché deve essere lì o perché vuole esserlo. I bambini “sentono”, non è meraviglioso questo? Ma poi, crescendo, questo sentire lo perdono, instradati dalle convenzioni, dall’educazione e dai voleri di una società retrograda e per niente funzionale alla vita, come tutti ormai ci stiamo rendendo conto.

Non dico che quando nasciamo siamo in una condizione idilliaca, perfetta e che man mano che cresciamo non facciamo altro che inanellare un errore dietro l’altro. Quello che sto dicendo è che c’è una forte componente di noi stessi ben presente al momento della nostra nascita – ma anche prima – e che il nostro modo di interpretare la realtà attuale disconosce e, in alcuni casi, colpevolizza o ridicolizza e, per questo, ce ne dimentichiamo, la releghiamo nelle stanze buie della nostra mente.

Nel corso dei secoli la nostra mente ha preferito crearsi dei binari sulla quale instradarsi e che le hanno permesso di sentirsi sicura, indirizzata verso un qualche fine, dove potesse procedere senza troppi scossoni. Oggi, però, la scienza stessa sta facendo vacillare queste nostre pseudocertezze, sta facendo deragliare il nostro treno mentale. Ma noi restiamo ancora legati ai vecchi schemi. Ricordiamoci che la fisica quantistica nasce agli inizi del ‘900, più di cento anni fa. E noi utilizziamo ancora i vecchi parametri, da allora superati. Quanto ancora ci vogliamo tenere abbarbicati alle nostre stampelle esistenziali? Quando impareremo a camminare? Quando lasceremo liberi i nostri figli di essere ciò che sono?

I vostri figli sono povere, sfortunate vittime delle bugie in cui credete. La vostra ignoranza è una peste che mantiene i giovani lontani dalla verità che meritano”, scriveva Frank Zappa nel 1968!

La scuola non è solo l’istituzione morente che conosciamo; ci sono tantissime realtà in Italia e in tutto il mondo che concepiscono il rapporto tra insegnante e discente in modo olistico e che non pretendono di inculcare in loro nozioni, molte volte assurdamente superate.
Diamo voce a queste realtà. La società del futuro passa necessariamente dalla scuola. Noi adulti siamo ormai in questa condizione, dove il razionale, il misurabile, ha preso il sopravvento soffocando l’istintivo, il naturale. Ma perché non aiutare i nostri piccoli evitandogli gli strazi di una vita dicotomica?

Possiamo e dobbiamo assolutamente farlo, se abbiamo a cuore il bene, non solo dei nostri figli, ma del mondo intero, appunto di tutte le generazioni future. Perché è di questo che stiamo parlando, della sopravvivenza dell’essere umano e dell’intero sistema vita.

Testo: ©Danilo D’Angelo
Illustrazione: ©Alain Cancilleri

 

4 commenti su “La scuola che non c’è <br>(e che vogliamo)”

  1. Grazie, bellissima riflessione e spunto per discussioni costruttive intorno alla “scuola”, e allacfigura dell’insegnante.

  2. È bello, così aereo, dalla parte del bambino, quello che ha la fortuna di non essere troppo presto circuito e beccato…. c’è un’innata abilità del soggetto però , a schivare la mannaia….#il riposino…. è un fattaccio che ha controllato….qui la riflessione si sposta sul sistema, perché un bimbo deve lavorare 8 ore al giorno?… più la punizione a casa durante il we…
    . complici quadernoni, libracci pieni di oscenità, quintali di matite e pennarelli ossessivamente presenti a incarnare il peso della cultura…

  3. Grazie Danilo, trovo che quanto ha scritto sia quello.di cui si ha bisogno più che mai oggi. Io come counselor ho provato a portare dei progetto legati alla meditazione e alla creatività in alcune scuole ma sono stati episodi radi che non hanno avuto un seguito. Mi piacerebbe potere condividere con lei queste idee. Grazie ancora

  4. Le sue competenze ed esperienze notevoli non hanno intaccato la sua nobile umanità per me è ed è stata una fortuna incontrarla nelle dirette. Per quanto riguarda la campagna all interno delle scuole, nel mio caso, isis volta pacinotti, Piombino li.
    Sono stata inizialmente ascoltata a settembre scorso dal dirigente, poi a fine gennaio 2021 quella porta si è ermeticamente chiusa. Suppongo che la situazione attuale crei sincera difficoltà anche e soprattutto per i dirigenti, perciò ho almeno consegnato e spiegato il meraviglioso lavoro di, tavolo scuola bene comune, al coordinatore di classe di mio figlio, prof. Scarpelli, letteratura italiana e ottimo storico. Ha inizialmente reagito con diffidenza, causa situazione già oberata fra dad e restrizioni da protocolli Dpcm, poi ha ascoltato il fattore umano da me esposto e accolto con interesse una possibile collaborazione.
    Mi scuso se mi sono dilungata, ma credo che la consapevolezza delle situazioni che noi genitori troviamo, sia importante.
    Non è che non ascoltano e non capiscono, sembrano spaventati dal caos e nei loro occhi si legge la paura della perdita del posto di lavoro.
    Grazie per l attenzione

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