Perché è importante essere azionisti di Generazioni Future? Qual è il contesto e lo scopo della nostra “azione”?

di Ugo Mattei a tutti gli Azionisti di Generazioni Future

Riprendo quanto dissi all’ assemblea politica romana del 12 giugno scorso (anniversario referendum acqua) la quale tuttavia è stata meno frequentata di quanto era sperabile (purtroppo la gestione del COVID ci ha un pò disabituati a viaggiare e a impegnarci fisicamente!) e quindi mi pare opportuno offrire questa visione di contesto, proprio mentre finalmente stiamo inaugurando il primo nucleo della piattaforma territoriale che dovrebbe consentire agli azionisti che vogliono essere attivi di esserlo davvero.

Sia detto subito. Essere azionisti è già di per se un atto di cooperazione intergenerazionale nobile e generoso. Il nostro statuto ci consente di chiedere ad ogni azionista un massimo di cinque € l’anno come flusso ordinario di cassa e quindi anche gli azionisti “passivi” in questo modo contribuiscono in modo molto significativo al lavoro politico intergenerazionale che stiamo facendo. Quindi a quanti ricevono questa lettera senza essere militanti attivi altro non posso che dire comunque grazie! Anche costoro tuttavia possono essere interessati a cogliere il contesto del nostro lavoro, sopratutto perché è particolarmente apprezzato che ogni azionista, ci aiuti a spargere la voce.

Generazioni Future, Coop Stefano Rodotà, detta anche Cooperativa Delfino, viene da lontano. Essa continua infatti un lungo cammino di difesa dei beni comuni iniziato nel lontano 2005 quando alcuni giuristi, fra cui il sottoscritto e Stefano Rodotà, si sono svegliati dal sonno ipnotico in cui la celebrazione spettacolare della fine della guerra fredda (1989) li aveva sprofondati. Quindici anni di sonno popolare, cullato dalla celebrazione egemonica della cosiddetta fine della storia, hanno favorito infatti il dispiegarsi di un dispositivo di privatizzazione di beni pubblici, faticosamente costruito con la fiscalità generale, privo di precedenti.  Centinaia di miliardi di euro a partire dai primi anni novanta sono stati sottratti dal controllo pubblico e consegnati a soggetti privati nella sostanza o nella forma. La logica dell’accumulo di profitti e la perdita di ogni missione pubblica (peraltro chiaramente indicata dalla nostra Costituzione all’ Art.2 e 43) ha iniziato così a governare (e oggi governa in modo conclamato) soggetti come Cassa Depositi e Prestiti, grandi banche pubbliche il cui patrimonio è stato trasferito in fondazioni private onnipotenti, (es. San Paolo) e innumeri soggetti della finanza dei servizi e dell’industria pubblica, anche ad altissimo valore aggiunto, (Fincantieri, Finmeccanica, Leonardo, Eni, Enel, ANAS …)  che facevano dell’Italia una eccellenza internazionale.

Da giuristi, raccogliendoci all’Accademia dei Lincei, abbiamo incominciato a chiederci come ciò fosse possibile e abbiamo individuato la “madre” di tutte le spiegazioni, che personalmente ho contribuito a divulgare in modo non tecnico nell’incipit di un mio fortunato libretto pubblicato da Laterza nel 2011 con la metafora del maggiordomo che vende il vasellame pregiato del padrone per pagarsi i debiti di gioco. 

Privatizzare, per chi detiene il potere esecutivo, formalmente titolare di beni pubblici (sia il Governo o l’esecutivo di una regione o il sindaco) è facilissimo, anzi la più facile delle opzioni. Non ci sono limiti giuridici per farlo. Se un bene è demaniale basta un decreto per sdemanializzarlo. Se si tratta di un pacchetto di controllo azionario è ancora più facile. Ciò genera denaro che può essere utilizzato in vario modo, anche per la spesa corrente e soprattutto la possibilità di fare affari con gli acquirenti che comprando a prezzo vile saranno poi grati ai politici venditori garantendo loro ottimi lavori quando non saranno riconfermati nei ruoli pubblici. (c.d. fenomeno dei revolving doors). Chi sta al governo si può comportare come un proprietario rispetto a beni pubblici che tuttavia non gli appartengono davvero perché sono di tutti i cittadini. In altri termini, il governo dovrebbe essere il maggiordomo dei cittadini amministrando i beni nel loro interesse, non nel proprio! Ma questo non avviene. Per di più, se un governo privatizza, per esempio, le stazioni ferroviarie e quello successivo decide di tornare indietro perché trova indecente si debba pagare un euro anche per fare pipì, ciò non risulta più nei fatti possibile creando flussi di privatizzazione senza ritorno. Infatti l’espropriazione di beni privati, a differenza di quella di beni pubblici, è possibile solo a seguito di complesse procedure tutte controllabili nella sostanza, a differenza delle privatizzazioni, da corti di giustizia. La pubblica utilità infatti va provata (e l’ indennizzo pagato) per espropriare una proprietà privata ma non è rilevante per alienare quella pubblica. Nessun cittadino può agire in giudizio per essere indennizzato quando un parco pubblico viene trasferito a un privato che farà pagare il biglietto per entrare!

Ecco la semplice spiegazione giuridica del progressivo declino del nostro paese, che aveva il patrimonio pubblico più cospicuo d’Europa e adesso è ridotto a chiedere l’ elemosina all’ UE (ulteriormente indebitandosi col PNRR) perché in tre decenni si è svenduto ogni bene produttivo e conseguentemente ogni capacità e competenza autonoma di governo dell’economia e ogni effettiva credibilità.

Se il problema è in gran parte giuridico, anche la soluzione passa allora attraverso meccanismi istituzionali tramite i quali sia possibile invertire la rotta.

Da questa consapevolezza circa l’inadeguatezza degli strumenti di tutela dei beni pubblici (demanio e patrimonio indisponibile) diffusasi nella cultura giuridica era originata la Commisione Rodotà, e nel suo seno si era individuata la categoria dei beni comuni come un terzo genere “oltre” al pubblico e al privato. Una visione che, indipendentemente dalla forma giuridica di appartenenza, tutelasse certe utilità che i beni offrono in quanto necessarie per il godimento di diritti costituzionali fondamentali della persona i quali vanno protetti senza se e senza ma, collocando i beni a ciò necessari fuori dalla logica del mercato per essere governati piuttosto nell’interesse delle generazioni future. 

Nel 2009, a dispetto del lavoro della Commissione Rodotà il governo (allora Berlusconi) tentava una maxi privatizzazione col c.d, decreto Ronchi cui rispondevamo con tre quesiti referendari, due dei quali poi approvati da oltre 27 milioni di italiani, bloccando a furor di popolo la più grande svendita di servizi pubblici di interesse economico della storia.

In questi ultimi 10 anni (e nei 20 precedenti) tutti i governi, di centrodestra, di centrosinistra, tecnici o ad apporto grillino, hanno continuato a operare con una visione di economia politica neoliberale opposta a quella che la maggioranza assoluta degli italiani aveva mostrato di sostenere. La maggior parte della nostra popolazione non vuole le privatizzazioni e non sposa la logica neoliberale fatta propria da tutti i governi. Questo fatto storico, che contrappone le oligarchie al governo al popolo sovrano, non è spiegabile soltanto con la malafede di questo o di quel politico o gruppo politico. Esso può essere spiegato solamente in modo “sistemico”. La democrazia rappresentativa non rende i rappresentanti controllabili dai rappresentati. Votare non basta. Le contrapposizioni fra partiti sono infatti largamente ideologiche o simboliche ma non esistono sui temi di economia politica. Il neoliberismo è pervasivo per ragioni materiali, in particolare perché i soggetti privati multinazionali sono molto più potenti dei governi. Essi determinano le possibilità politiche dei governanti tramite il loro controllo dei media, della rete internet e dei denari necessari per le campagne elettorali. In questo quadro di economia politica “naturalizzata” dai rapporti di forza del neoliberismo, le contrapposizioni tipiche della politica professionale, quella fra centro destra e centro sinistra sono pure astrazioni che dividono su temi simbolici, impedendo con ciò ai rappresentati (divisi) di imporre la propria volontà ai rappresentanti.

In poche parole, all’ interno dell’ attuale struttura della rappresentanza politica, quella maggioranza di 27 milioni di elettori che nel 2011 volevano proteggere i beni comuni non potrà mai essere ricostruita, perché costoro sono divisi ideologicamente e perdono di vista quanto li accomuna come popolo, ossia la necessità di difendere contro oligarchie predatorie i propri beni pubblici e comuni.

Nessun governo infatti mai vorrà perdere il proprio arbitrio rispetto al destino della proprietà pubblica. Tutti i partiti preferiscono lasciare che la maggioranza del momento possa agire da padrona del patrimoni pubblico, sapendo che prima o poi sarà il proprio turno di esserne padrone. Ciò spiega perché il DDL Rodotà in tredici anni non sia mai stato discusso in Parlamento. Quale Governo (o sindaco) vuole avere un potere giudiziario, quindi qualche principio giuridico-costituzionale, che controlli la pubblica utilità della vendita di un cespite patrimoniale da dismettere, proprio come ciò avviene oggi per una espropriazione per pubblica utilità? 

Questo fenomeno strutturale spiega tuttavia perché i beni comuni siano divenuti una categoria del “politico”, capace di generare non solo la loro difesa, ma anche la elaborazione di nuove pratiche di governo orizzontale e di partecipazione civica. I beni comuni, in relativamente pochi anni sono diventati “un’ altra visione della democrazia” e non soltanto “un altro modo di possedere” per parafrasare il titolo di un maestro della storia giuridica.

Ora questa diversa visione della democrazia, che non è mera democrazia diretta (referendum) né mera partecipazione formale (consultazioni degli stakeholders) ma reale autonomia popolare nel governo di risorse pubbliche e comuni può nascere solo se si riesce ad organizzare dal basso un vero e proprio settore civico capace di controllare, avendo a disposizione anche i mezzi materiali per farlo, l’operato delle oligarchie. I beni pubblici e comuni infatti (e ogni bene può in determinati contesti essere rivendicato come tale) non appartengono all’esecutivo del momento ma alla comunità popolare tutta, che comprende pure chi ancora non è nato ossia le generazioni future.

Il Comitato Rodotà prima e la Cooperativa Generazioni Future Rodotà, sua gemmazione e solo erede legittimo, è nato proprio per questo: provare a riunire insieme in una grande infrastruttura decisionale che presieda all’azione politica, giuridica, culturale ed economica di tutte quelle persone che si riconoscono nella necessità di difendere i beni comuni in modo costruttivo con nuove istituzioni e non meramente reattivo o di denuncia dell’ennesimo saccheggio. 

Si tratta di un progressivo disegno di rifondazione dal basso dei valori della costituzione che, per non ridursi a pura grancassa spettacolare degli interessi delle oligarchie proprietarie (pubbliche e private) ha bisogno immediato di una forte iniezione di cittadinanza attiva e critica davvero sveglia e non ipnotizzata da promesse generiche e paure cinicamente fomentate per produrre ulteriori divisioni sociali.

Un delfino forte e ben funzionante, operativo tramite strumenti politici, giuridici, economici e culturali è quanto stiamo provando a costruire con pazienza e buona volontà attraverso la Coop.

Oggi è dunque il momento per celebrare un passo avanti, ossia la possibilità per gli azionisti dei diversi territori di comunicare fra loro, conoscersi e aggregandosi per funzionare da antenna territoriale che aiuti la nostra organizzazione a selezionare le vertenze più importanti su ogni territorio facendole diventare temi di discussione nazionale.

Su tali temi poi la nostra organizzazione nazionale potrà collaborare in vario modo, costruendo coalizioni e condividendo vertenze. Questa azione politica territoriale, infine, non deve limitarsi alla segnalazione di vertenze ma esortare le azioniste e gli azionisti alla mobilitazione diretta e all’esercizio della cittadinanza attiva. 

Questa territorializzazione, che oggi diviene finalmente agevole, costituisce per noi passo avanti essenziale nell’organizzazione di questa nostra prima grande cooperativa intergenerazionale, in cui chi è attivo oggi collabora con chi non lo è ancora o non lo è più recuperando quella visione politica del lungo periodo che era la cifra della visione dei nostri costituenti (una società giusta e libera non si improvvisa). Ogni azionista sul proprio territorio, secondo le proprie sensibilità, ha da oggi la possibilità di attivarsi, non da solo, ricominciando a pensare da cittadino e risvegliandosi dalla condizione di consumatore ipnotizzato, se non direttamente di merce o di input produttivo sfruttato da trasformazioni tecnologiche sempre più veloci e spiazzanti. E’ una nuova Politica non di partito quella che Generazioni Future rende possibile offrendoci l’ infrastruttura per farlo; una politica dei beni comuni e delle generazioni future che nulla ha a che fare con le trite contrapposizioni della politica spettacolare neoliberale che ogni sera va in onda in TV.

Ogni territori può ora organizzarsi, costituendosi in nodo di una grande rete che condivide lo spirito delle vertenze, locali e nazionali, che ha a disposizione alcuni strumenti per segnalare che una vertenza locale non è una eccezione ma fa parte di un insieme nazionale di questioni che vanno affrontate tutti insieme, costruendo una imponente forza politica dal basso che le sostiene e che pretende dai rappresentanti di agire in modo rispettoso di una volontà popolare non occasionalmente espressa col voto ma costruita nel tempo tramite la condivisione di studio e di pratica. 

Ogni azionista può ora trasformare la propria indignazione in partecipazione concreta, prima di tutto incontrando gli altri azionisti o generandone egli stesso di nuovi. Ognuno può così contribuire (con la quantità di sforzo che potrà offrire) , alla costruzione di una grande soggettività politica a rete che trova nella necessità di difesa del pubblico e del comune contro la predazione neoliberale un elemento di unificazione e non di divisione. Persone con storie politiche ed ideologie molto diverse possono così unirsi oggi stabilmente nella Cooperativa per un’ opera costituente di difesa dei beni comuni, proprio come 10 anni fa si sono unite, seppur fugacemente, votando Sì al Referendum sull’ acqua pubblica. 

In uno scenario politico che individualizza e divide più che mai, che ha trasformato la politica in tifo calcistico e in guerra fra gladiatori dei social media, Generazioni Future si presenta con mentalità opposta rispetto a quella settaria e divisiva che fin qui ha reso assai difficile rendere operativa la critica. 

Generazioni Future non fa promesse se non quella di non farci sentire mai soli e di sostenere le nostre battaglie con i mezzi a disposizione che dipende solo da noi rendere cospicui. Questa è la fase in cui ciascuno di noi sui propri territori può fare molto, con un impegno di cittadinanza faticoso ma gratificante, può fare molto per Generazioni Future realizzando insieme il nostro sogno di una grande infrastruttura capace di rivitalizzare la nostra democrazia resa sofferente dall’ asfissia neoliberale. 

Questo primo nucleo di infrastruttura territoriale che sarà nostro impegno nazionale aiutare a far sbocciare come organizzazione (nel caso in cui qualcuno sui territori voglia attivarsi diventando catalizzatore) viene messo a disposizione in una fase molto delicata della nostra vita di cooperanti con le generazioni future a livello nazionale.

Si tratta infatti di completare istituzionalmente il “travaso” del Comitato Rodotà nella coop., modificando lo statuto in modo coerente con lo scopo sociale di tutela dei beni comuni e delle generazioni future attraverso azione politica, giuridica culturale ed economica a tutto campo.

Si tratta altresì di studiare un modello statutario che valorizzi il massimo decentramento e la massima iniziativa (individuale o collettiva) sui territori senza che le inevitabili forze centrifughe (di solito legate a protagonismi personali su alcuni territori) prevalgano sul comune disegno.

Si tratta infine di costruire un assetto statutario coerente con il ruolo che la nostra Coop ha nella costituenda Rete dei beni comuni della conversione ecologica e delle generazioni future, che a fine estate prenderà la forma di un trust onlus di collegamento fra un centinaio di organizzazioni nazionali di notevole rilevo che ci si augura incentiveranno i loro associati a divenire azionisti rafforzando la Coop. delfino.

Insomma è un momento di crescita e di trasformazione molto importante quello al quale state partecipando come azionisti e potrete partecipare sempre di più se deciderete di farvi coinvolgere nel costruire legami sul vostro territorio.

Solo con uno sforzo paziente e umile, con tentativi e inevitabili errori, sapremo esercitare quella fantasia istituzionale che serve, ora più che mai, per salvaguardare quanto di buono abbiamo conquistato con la nostra costituzione, ma nello stesso tempo andare oltre contrapposizioni riduttive (pubblico/privato; centrodestra/centrosinistra) che nascondono la stessa logica neoliberale e impediscono la costruzione di una società più giusta e libera. 

Mobilitiamoci sul territorio per identificare nuovi azionisti e le nuove azioni collettive da sperimentare e mettere in rete! 

7 commenti su “Perché è importante essere azionisti di Generazioni Future? Qual è il contesto e lo scopo della nostra “azione”?”

  1. Vorrei conoscere le modalita pratiche per poter diventare azionista della coop, condividendo il progetto e mettendo a disposizione il mio impegno sul territorio di Torino e eventualmente della Liguria.

  2. Sono già azionista. Perché sono perfettamente e profondamente d’accordo con tutto quanto detto nel documento e ritengo invece stupido, ottuso e puerile partire con una strategia che mi accomuna al variegato mondo no vax?

  3. Guido Elefante

    Il prof. Rodotà non è stato un sempluce passante nella vicenda politica di questo Paese. Lui per primo doveva svegliarsi dopo il 1989,. Invece è passato da indipendente ad organico del trans-formismo comunista. Ovviamente viene omesso che la devastazione dei beni comuni è avvenuta prima con il governo Dini voluto da Scalfaro a danno del voto popolare (il primo bene comune in democrazia ) e poi con Prodi 1 Baffino e Amato…Non con Berlusconi..il quinquennio rosso che ha svenduto il Paese con Drag -Hitler in testa come regista. Il neo liberismo orchestrato dagli ex pci…ahahah..non siamo tutti tonti…Svendendo il Paese si sono ripuliti l’ immagine di collusi con i torturatori sovietici e cinesi grazie alla stampa de poteri forti.. Secondo la felicissime espressione (credo di Rino Formica ) che Palazzo Chigi era la sola merchant Bank al mondo in cui non si parlava inglese. E Rodotà muto..

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