C’ERA UNA VOLTA UN RE

In principio era l’acqua.

Ma poi c’era l’energia.

E la privatizzazione di tutti i servizi del regno.

E furono le persone che decisero di ricordare al Re che il suo regno, seppur sconfinato, aveva bisogno di fare i conti con i suoi sassi, i suoi alberi, le sue contrade e le sue creature. 

E il Re disse: “Sia concesso al popolo di esprimersi circa il regno, la privatizzazione dei servizi, l’energia, l’acqua, e pure il Re…”, e un riso beffardo brillò nei suoi occhi.

E il popolo bevve, limpida chiara acqua, e per lunghe settimane organizzò carovane e girotondi in lungo e in largo, coprendo assai volte l’ampiezza del regno, discutendo e declamando, perorando e dibattendo, indicando e biasimando.

E poi venne il giorno e la voce del popolo fu una voce sola, come se non si conoscesse nessun’altra parola: 2 Sì, scrisse il popolo, e la nebbia sul regno si diradò.

E il Re fu felice, di dire, felice, che il regno, felice, in massa votò.

E mentre diceva “Che festa cominci”, i suoi consigliori veloce adunò “Sia fatta una mappa di tutti i delitti, di sprechi, di sgarri, di colpe evidenti”, aveva in cuor suo un chiaro pensiero, che il popolo fosse burlato di già.

E i suoi consigliori chiamaron la conta, giullari, eminenze, vassalli, cantori e gran servitù: per ore, per giorni fu gran mormorio, e poi fu la mappa, stilata e completa, di un grande disegno che presto firmò.

E quindi la legge, che al voto seguiva, fu presto ben chiaro in quale percorso, tortuoso, in salita, con trappole e inganni, promesse e ritardi, si incardinò.

E poi si additò il popolo intero, colpevole e ignavo, sprecone e incapace, il gran guastatore di ogni virtù.

Chi beve l’acqua?”, il popolo

Chi la consuma”, il popolo

Chi la disperde, la spreca, la usa?”, il popolo

Chi la inquina?”, il popolo

Chi invecchia gli acquedotti?”, il popolo

Chi corrode le condotte?”, il popolo

Chi ruba l’acqua dal suo percorso?”, il popolo

E fu presto detto che ogni condotta, così criminosa, fu colpa assai grave, e si decretò: “Poiché non sapete frenare gli istinti, poiché nessun limite voi conoscete, poiché voi sprecate, inquinate, sottraete, corrodete, rubate, nessuna gestione si possa affidare a chi non conosce e non sa.

E il popolo udì le parole del Re, sentendosi in colpa, e giorno per giorno credette davvero che il regno dovesse per sempre restare, esclusivo ed intero, di sua proprietà.

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VERSIONE DI Alessandra CAMAIANI

In principio era l’acqua. Tutti ne godevano liberamente e a nessuno era impedito di usarla per abbeverare gli animali, per irrigare i campi, per dissetarsi e per giocare.

D’un tratto, fu l’energia: le persone capirono che dall’acqua, dalla sua forza, si poteva ricavare una straordinaria fonte di movimento. L’acqua poteva perfino consentire alle lampadine di accendersi e riporre, così, le candele nel cassetto.

Ma a capirlo fu pure il Re. Allora Lui, che da quell’energia ricavava grandi ricchezze, pensò bene di non dover lasciare che tutti ne beneficiassero e ordinò che tutti i servizi collegati all’acqua, nel regno, fossero suoi, e li privatizzò.

Le persone, quindi, si mossero a rammentare al Re che il suo regno non dipendeva solo da quella energia e che anche loro, tutti, perfino il Re, avevano bisogno di garantire l’acqua agli alberi, agli animali, alle terre. Per lunghe settimane, organizzarono carovane e girotondi in lungo e in largo, coprendo assai volte l’ampiezza del regno, discutendo e declamando, perorando e dibattendo, indicando e biasimando: gridavano a gran voce, ché il Re li ascoltasse! 

Non potendo più far finta di non sentirli sotto al suo palazzo, il Re si convinse a concedere al popolo di esprimersi sulla sua decisione di privatizzare i servizi, l’energia, l’acqua.

Allora la voce del popolo fu una soltanto, come se non si conoscesse nessun’altra parola: due sì furono scritti. Il popolo voleva comuni i servizi idrici e, miracolosamente, la nebbia sul regno si diradò.

Ma il Re, che non voleva affatto perdere i suoi esclusivi vantaggi, con idea di burlarsi di loro, disse: “Che la festa cominci!” e in gran segreto i suoi consiglieri, veloce, adunò.

“Sia fatta una mappa di tutti i delitti, di sprechi, di sgarri, di colpe evidenti!”.

I suoi consiglieri chiamaron la conta, giullari, eminenze, vassalli, cantori e gran servitù: per ore, per giorni fu gran mormorio, e poi fu la mappa, stilata e completa, di un grande disegno che presto firmò. E quindi la legge, che al voto seguiva, fu presto ben chiaro in quale percorso, tortuoso, in salita, con trappole e inganni, promesse e ritardi, s’incardinò.

Del mal fu additato il popolo intero, colpevole e ignavo, sprecone e incapace, il gran guastatore di ogni virtù. 

“Chi beve l’acqua?”, Ei disse. “Il popolo!”, tuonarono i consiglieri.

“Chi la consuma?”; “Sempre il popolo!”, gridarono loro.

“Chi la disperde, la spreca, la usa?”; “Ancora il popolo!”

“Chi la inquina?”, il popolo; “Chi invecchia gli acquedotti?”, il popolo; “Chi corrode le condotte?”, il popolo; “Chi ruba l’acqua dal suo percorso?”, il popolo.

E fu presto detto che ogni condotta, così criminosa, fu colpa assai grave, e si decretò: “Poiché non sapete frenare gli istinti, poiché nessun limite voi conoscete, e sprecate, inquinate, sottraete, corrodete e rubate, nessuna gestione vi si può affidare, serve affidare a chi conosce e sa”.

Il popolo udì le parole del Re, e si sentì in colpa. Giorno per giorno credette davvero che il regno dovesse per sempre restare, esclusivo ed intero, di sua proprietà..

Passarono dieci lunghi anni senza che nulla cambiasse e le persone vedevano, via via, sempre di più il Re godere di tutti i suoi vantaggi, mentre a loro si toglieva ogni giorno di più. A nulla serviva andare sotto alla porta del castello, urlare e alzare i pugni, chiedendo che quel che avevano deciso tutti insieme fosse, finalmente, realizzato.

Nel grande sconforto che ne seguì, un giorno soggiunse nel regno, da terre lontane, con la sua carovana, un principe moro..

E la storia continua, ma ve la raccontiamo a voce: il 12 giugno presso il parco degli acquedotti romano

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