«No hay mal que por bien no venga!»: l’inquinamento elettromagnetico e l’ecologia del diritto sulla via di Strasburgo

La battaglia giuridica dei genitori di Frossasco, supportati da Generazioni Future-Rodotà, impugna il rigetto del Tribunale di Torino alla Corte di Giustizia Europea. Grazie a una generosa sottoscrizione popolare. In ballo c’è ben più di una super antenna piantata davanti alle aule scolastiche anziché nell’area cimiteriale del piccolo paese piemontese. Una lite niente affatto temeraria, come riconosce lo stesso Collegio giudicante.

di UGO MATTEI

⚈ Pochi giorni prima della riapertura delle scuole, il Tribunale di Torino ha respinto le istanze delle generazioni future per fermare la costruzione di una super antenna davanti alle aule scolastiche di Frossasco, come abbiamo raccontato qui il 30 novembre e l’8 dicembre scorsi. E ha condannato tutti i soccombenti (Generazioni Future-Rodotà, Comitato Uniti in Val Noce, bambini, insegnanti e genitori) a salatissime spese per una cifra superiore ai 17.000 euro. Il giudice ha considerato il principio di precauzione rispettato per il sol fatto che (diciassette anni prima!) un Dpcm avesse fissato in modo generale e astratto delle soglie di attenzione per le immissioni di onde elettromagnetiche nell’ambiente circostante, negando la possibilità per gli attori di dimostrare che le concrete circostanze (una scuola dove esseri umani in crescita si trattengono per molte ore al giorno) e l’evoluzione delle conoscenze scientifiche ne richiedano una specifica declinazione giudiziaria.

Come non di rado capita (e certo motiva chi crede nell’impegno civile e nella lotta sociale senza lasciarsi scoraggiare dalle avversità) quella che poteva sembrare una sconfitta deprimente si è trasformata in una splendida vittoria foriera di sviluppi promettenti. «No hay mal que por bien no venga!» recita un detto popolare iberico! Infatti, la burocratica indifferenza del magistrato Sburlati rispetto alle ragioni di genitori coraggiosi in lotta per i diritti dei loro bambini, ha scatenato una gara di solidarietà. Soprattutto quell’ampia parte della popolazione giustamente preoccupata per come l’evoluzione tecnologica 5G venga imposta − senza alcun serio ed imparziale studio, volto a verificarne gli effetti paventati − ha mostrato la propria generosità. In pochi giorni la cifra della condanna è stata raccolta e raddoppiata (ironicamente, con 35mila euro si potrebbe spostare il palo!) sotto forma di numerose piccole donazioni (e una donazione anonima molto significativa). Sicché l’eccedenza costituisce la base per dare robustezza e respiro più ampio alla nostra azione. Dal basso è nato così il Fondo legale permanente per le generazioni future. Una reazione generosa all’oltraggio generato dalla miope chiusura mentale del giudice torinese e dall’avarizia irresponsabile dei convenuti (un consorzio di società di alta tecnologia). Si tratta di una nuova istituzione di ecologia giuridica che, col tempo, potrà strutturare l’Avvocato delle generazioni future in un vero e proprio ufficio a tutela dei beni comuni. [cfr. Mattei & Capra, Ecologia del diritto, Traduz. it. Aboca Sansepolcro 2018].

Questo fondo si è strutturato nell’ambito di Generazioni Future-Rodotà, la Società cooperativa di mutuo soccorso fra generazioni presenti e future (cosiddetta “Società delfino”, istituzione madre dell’ecologia giuridica italiana). Contiamo di incrementarlo progressivamente, e finanzierà l’azione giuridica per il rispetto del principio di precauzione, una strategia fondamentale per far fronte ai tanti abusi generati dal delirio di onnipotenza tecnocratico. Si tratta di una strategia che, per essere efficace, dovrà articolarsi su molti fronti e dotarsi delle migliori intelligenze giuridiche, mediche e scientifiche che si possano trovare. Il che, del resto, costituisce la cifra dell’azione di Generazioni Future-Rodotà. Un lavoro che va strutturato bene. La precauzione è essenziale, sul tema degli Ogm, come sui rischi di vaccinazioni di massa senza adeguata sperimentazione, e sull’impatto delle nuove tecnologie satellitari.

Rincuorati dal generoso supporto popolare, abbiamo affrontato il reclamo al Collegio (ossia a una corte non monocratica ma fatta da tre giudici) che, nel diritto italiano, costituisce la sola forma di appello nei confronti di una decisione civile d’urgenza. Nel prepararla abbiamo ribadito il punto di diritto principale: considerare sempre e comunque soddisfatto il principio di precauzione dal rispetto di limiti normativi astratti − quali le soglie di inquinamento elettromagnetico definite dal Dpcm del 2003 − ne stravolge la natura e ne umilia le potenzialità.  
Il Tribunale di Torino ha deciso sulla base del rispetto qui e adesso di standard formali attraverso una misurazione ingegneristica: il limite di legge è X, la misurazione strumentale dell’Arpa mostra che l’inquinamento Y è inferiore a X; ne consegue che la salute non è a rischio. Così si riduce il principio di precauzione a una semplice raccomandazione di politica del diritto (soddisfatta dalla introduzione legale di uno standard astratto). Siamo davanti, invece, a un autentico principio giuridico, in quanto tale capace di governare un caso concreto nella dialettica giudiziaria, nell’ambito di un bilanciamento degli interessi contestuale e attento al lungo periodo.

Oltretutto, se la lettura pilatesca della Corte di Torino fosse corretta, un semplice Dpcm (atto di basso valore nella gerarchia delle fonti) prevarrebbe sempre automaticamente in giudizio sull’art. 190 del Trattato Europeo (principio di precauzione). In Italia l’articolo citato ha un valore quanto meno semi-costituzionale, e vincola direttamente il giudice alla luce della giurisprudenza consolidata da anni della Corte di Giustizia di Lussemburgo (su questo il prof. Sergio Foà, Ordinario di diritto amministrativo dell’Università di Torino, ha prodotto un potente parere pro veritate).

Tale lettura renderebbe possibile ogni obsolescenza normativa rispetto alle acquisizioni della scienza (il Dpcm ha oggi 17 anni e la legge che lo fonda 19), e qualsiasi irrazionalità della regolamentazione magari sopravvenuta o successivamente scoperta non avrebbe rimedio. Nel nostro caso è evidente che trattare allo stesso modo le scuole (dove organismi in crescita trascorrono molte ore al giorno) rispetto agli ospedali (dove di regola vi trascorrono pochi giorni organismi per lo più adulti e già malati) non ha alcun senso. Sulla base di questo errore chiave, la decisione di primo grado ha umiliato giustizia e buon senso, esponendo i cuccioli d’uomo a rischi lungolatenti incerti ma possibilmente gravissimi. Rischi evitabili con pochi spiccioli e un po’ di umiltà da parte dei soggetti pubblici coinvolti, che non hanno fatto il proprio dovere di controllare la cupidigia del privato. E non solo. Una condanna così feroce alle spese costituisce un diniego di giustizia perché gli attori (di modeste risorse) devono scegliere se provare a difendere i propri figli (anche nell’interesse della comunità in senso ampio, comprensiva delle generazioni future) rischiando un tracollo finanziario. Oppure rassegnarsi alla possibilità di vederli incorrere a lungo termine in danni molto gravi alla salute. Difatti, parecchi genitori originariamente costituiti in giudizio si sono ritirati dal reclamo.

Anche il Collegio del reclamo, la cui ordinanza è giunta ai primi di novembre, pur assai più articolato del giudice monocratico (che non è sfuggito a qualche rampogna) non si è liberato della lettura burocratica del principio di precauzione. Il collegio torinese non ha dimostrato neppure l’umiltà di passare la palla alla Corte di Giustizia di Lussemburgo (per decidere sulla portata direttamente normativa dell’art. 190 del Trattato) o alla Corte Costituzionale italiana (per decidere sulla costituzionalità ex artt. 3 e 32 della Costituzione del trattamento uguale di casi con diseguale impatto sulla salute, come stare a scuola o all’ospedale, operato dal nostro legislatore). Come pure avrebbe potuto (o addirittura dovuto) fare, di fronte a una questione giuridica di tale portata.

Esso tuttavia ha dato almeno parzialmente ragione alle generazioni future sulle spese, compensandole e dando dunque agli attori un po’ di benzina per la strada di Strasburgo. Ha riconosciuto, sopratutto, che la lite di Frossasco è tutt’altro che temeraria. Ora Generazioni Future-Rodotà, sostenuta dal Fondo permanente, porterà l’Avvocato per le generazioni future anche alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Anni di approfondimento made in Italy sui beni comuni come «utilità funzionali ai diritti fondamentali della persona da gestirsi nell’interesse delle generazioni future» si affacciano così − finalmente − sul palcoscenico giudiziario europeo. Lo vedremo meglio la settimana ventura nella quarta e ultima parte della nostra analisi su una vicenda che può costituire, a tutti gli effetti, uno spartiacque giuridico di rilevante impatto sul futuro di tutti noi. Tanto più, di chi verrà dopo di noi. − (3. Continua) ◆
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