TERRA E CIBO, BENI COMUNI: LE SFIDE DELLE GENERAZIONI PRESENTI – sintesi a cura di Gilda Farrell

TERRA E CIBO, BENI COMUNI: LE SFIDE DELLE GENERAZIONI PRESENTI

SINTESI FORUM TRAMANDARE 21/11/2020

Il paradigma che regge il presente: il cibo merce e la terra capitale

Il secondo Forum TRAMANDARE: “Terra e cibo, beni comuni: le sfide delle generazioni presenti”, ha svelato la complessità politica, normativa e istituzionale creatasi intorno agli interessi e ai poteri esistenti nel paradigma terra-capitale e cibo-merce, sottoposti entrambi a dettami di concentrazione, speculazione, standardizzazione, subordinazione ideologica e ad argomentazioni parziali delle lobby, selettività in funzione dei rendimenti, modernizzazione indiscriminata includendo la corsa tecnologica inarrestabile, pure quando c’è rischio di nocività, anonimato, spreco, abbandono, scarto…  cioè, tutti i pilastri che reggono il paradigma della mercificazione delle risorse e della metamorfosi degli umani in consumatori, incluso quando vita e dignità sono in gioco.

Come Nora McKeon[1] ha illustrato, questo paradigma – che rinforza l’egemonia contemporanea delle multinazionali del cibo – si appoggia su criteri quali progressione lineare, piuttosto che circolarità e integrazione; categorizzazione e specializzazione, piuttosto che visione olistica; competizione individuale, piuttosto che consenso collettivo o cooperazione.

Paradigma sostenuto anche da autorità pubbliche nazionali e internazionali, quando pongono la macchina concettuale e amministrativa al servizio prioritario della “crescita per sé” e del profitto, incluso i Patti Verdi, come il Green New Deal.

Concetti come “sicurezza alimentare”, dove il mercato ha una funzione determinante nell’accesso al cibo, surrogano quello di sovranità alimentare, che coinvolgerebbe autosufficienze locali o reti trans-locali[2].  Concetti come “incrementi di competitività”[3], surrogano quello di riduzione dello spreco e dello scarto. Concetti come “catena di valore”[4], considerando che la dispersione dei produttori-contadini nuoce le loro capacità d’accedere ai mercati, subentrano a quelli di sostegno delle piccole dimensioni e dell’impiego locale, dell’equilibrio demografico e della vitalità complessiva delle aree rurali, evitando l’abbandono delle terre.  Come ha fatto notare Nora McKeon, l’immagine di una catena è unidimensionale e considera il solo valore economico, mentre un sistema alimentare radicato in un territorio è costituito da una moltitudine di rapporti incrociati che creano valori sociali, culturali, ambientale, oltre che economici.

Sebbene forme cooperative tra agricoltori siano valorizzate, la plurifunzionalità, la ricchezza sociale e d’identità, che rappresentano le piccole strutture, è ignorata come pure il potenziale cooperativo multisettoriale, come se i contadini potessero sopravvivere nel limbo del mercato, senza servizi, artigiani, turismo, cultura di prossimità o, ancora peggio, come se lo spazio di produzione agricola non potesse diventare spazio di comunità, di condivisione, di cultura, di apprendimento per tutti, come ha sostenuto e dimostrato Giacomo Lepri, con l’iniziativa Cooperativa Coraggio[5].

L’importanza di chiarire i concetti è stata fatta notare ripetutamente da Giacomo Lepri, che ha ricordato che resilienza può diventare il nome di un ristorante. Anche “bene comune” è banalizzato, spogliandolo della sua dimensione politica.

Difatti, nel paradigma dominante la priorità è data alla funzione di “commodity”, cioè di comodità, convenienza o funzionalità risolta tramite il mercato, piuttosto che quella di “common”, cioè di bene comune.  Il passaggio da commodity a commonè indispensabili a ridefinire la comprensione e il ruolo del cibo sradicato dalle sue origini e processi di trasformazione. Al contrario, la forza del paradigma dei beni comuni risiede nel fatto di poter considerare l’intero sistema[6], ad iniziare dalla fragilità di chi produce nel rispetto della natura, fino all’abbandono di ogni forma di spreco. In questo senso, cibo bene comune implica un impegno politico costante a rinnovare la dimensione ecologica delle interazioni. Un esempio sono le AMAP in Francia o le CSA nei paesi anglofoni[7]: un gruppo di famiglie crea intorno ad un agricoltore un accordo impegnandosi a condividere ogni settimana la sua produzione. Il pagamento fatto in anticipo facilita gli investimenti, assicura la condivisione del rischio e incentiva transizioni a modelli sempre più sostenibili, assicurando cibo sano. Lo scambio di conoscenze e saperi completa questo “sistema alimentare-bene comune”. Essi aprono ad una comprensione rinnovata delle responsabilità da condividere. L’eliminazione del packaging, dello spreco, l’adattamento alle stagioni, la protezione della biodiversità, l’attenzione alla salute e il piacere di condividere diventano elementi praticati naturalmente in questo “sistema comune d’interazione ecologica”.

Viceversa, il paradigma cibo-merce affama la gente, incluso gli stessi agricoltori, ed è responsabile inoltre del 20% di emissioni di Co2, come ricorda Tomaso Ferrando.  L’ideologia che lo sorregge mette l’accento sulla “governance settoriale”, piuttosto che sulle interrelazioni e le inter-funzionalità. Sulle interrelazioni disconosce, per esempio, il fatto che le transizioni verso modelli sostenibili richiedono ambienti favorevoli e solidarietà, anche dai consumatori urbani, come quelli che abbiamo appena menzionato, che integrano gli agricoltori quali cardini di dinamiche collettive. Sulle inter-funzionalità, ricusa l’impatto dei metodi intensivi di produzione nella salute degli agricoltori, e di quella pubblica in generale.  Questo approccio difende l’infondatezza dell’equilibrio tra domanda e offerta, stabilito tramite la competizione per ribassare il prezzo a scapito dei più deboli, ignorando anche l’impatto delle sovvenzioni agricole per gli alimenti che possono essere prodotti nei paesi più poveri.

“L’equilibrio” fasullo e dogmatico, che non fa altro che diminuire la remunerazione degli agricoltori, soprattutto per i più piccoli, è diventato il mezzo paradossale per permettere l’accesso al cibo delle popolazioni povere. Diseguaglianza e ingiustizia sociale si compensano con estorsione economica sugli agricoltori più fragili, all’interno dell’Europa e fuori, e con la produzione di cibo spazzatura con il conseguente degrado della salute, dell’ambientale e della dignità, con fenomeni come l’aumento dell’obesità.

Il paradigma presente di fronte al Covid19

Questo paradigma, che ha bisogno di controllo sociale, non ha retto il Covid19, come hanno detto Nora McKeon e Tomaso Ferrando. La limitazione della circolazione di reddito a discapito dei più fragili, soprattutto in zona urbana, e le difficoltà nel funzionamento di forme caritatevoli, che impediscono ai poveri di morire di fame, ha comportato l’aumento del numero di affamati sia nei paesi poveri che in quelli ricchi[8].  In Italia, Francia e altri paesi c’è stato un aumento intorno all’80% dell’uso delle banche alimentari.

Il Covid19 ha reso trasparente – per il mainstream – il ruolo del cibo nel controllo sociale (piuttosto che nell’aumento di autonomia e di resilienza), come ha dichiarato David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP: “Finché non si avrà un vaccino medico, è il cibo il miglior vaccino contro il caos. Senza di esso, potremmo vedere un aumento di proteste e disordini sociali, un aumento delle migrazioni, un aggravamento dei conflitti e una denutrizione diffusa tra popolazioni che, precedentemente, erano immuni alla fame”[9].

Le raccomandazioni emesse dalle agenzie internazionali e dai poteri economici sottolineano la necessità di mantenere fluide le catene di approvvigionamento globali di cibo e tornare il più presto possibile alla“normalità’, con il potenziamento di soluzioni tecnologiche e digitali. Invece le evidenze che vengono dal basso, da contadini, lavoratori, popoli indigeni, e altri, ci ricordano quanto abnorme sia il ‘normale’: mettendo in risalto il fatto che la crisi legata al Covid19 ha impattato maggiormente sulle popolazioni già vittime di disuguaglianza e marginalizzazione; facendo notare la situazione dei braccianti agricoli, spesso migranti, indispensabili al sistema alimentare, eppure trattati in modo ignobile e al margine della legalità e riconoscimento dei diritti; parlando della violenza della normalità.  Ma documentano anche la resilienza dei sistemi alimentari locali se confrontate con le catene globali, l’emergenza di molteplici risposte di solidarietà e innovazione e la necessità di trasformare radicalmente le catene alimentari globali[10].

Il Covid19 non solo ha peggiorato la situazione dei piccoli agricoltori in Italia ma ha messo a nudo l’assenza di sostegno specifico, di politiche di protezione nel confronto delle imprese contadine familiari, come ha potuto dire Mariella Longo nel suo intervento.

L’iscrizione del cibo nel sistema di diritti

In termini di diritti, come ha scritto Tomaso Ferrando[11], il cibo trova posto nel diritto commerciale, per assicurarsi la libera circolazione, e nel diritto alla protezione della salute, con normative sui limiti, per esempio, di residui chimici. È riconosciuto come diritto umano soltanto da pochi Stati. “Seppur potenziale strumento di protezione giuridica contro le diseguaglianze prodotte dall’attuale sistema alimentare, il right to food si muove all’interno del paradigma politico-normativo dominante che interpreta il cibo come atto individuale di consumo e perciò naturalizza un modello di mercato che trae un significativo ritorno economico da un fabbisogno umano essenziale. Il futuro a ‘fame zero’ da molti auspicato viene sovente declinato come una pretesa nei confronti dello Stato volta all’individuazione di un rimedio a breve termine, a fronte delle privazioni prodotte dal ‘sistema cibo’ dominante, e non come il diritto a ottenere la ridefinizione delle forme giuridiche e delle strutture di potere alla base del modello attuale. In questa sua declinazione, il diritto al cibo accetta l’interpretazione modificata di ciò che consumiamo e nel lungo termine rischia di sostenere, anche se indirettamente, un modello di produzione su larga scala altamente meccanizzato e se ciò genera più profitto, la trasformazione del cibo in carburante” (…) “(Lo spreco o lo scarto) serve per nutrire chi non ne ha accesso attraverso il mercato”.

Possedere la terra

Infine, dal paradigma in atto, è sparito il concetto di riforma agraria, cioè di redistribuzione della terra, permettendo forme sostenibili d’organizzazione della produzione e della distribuzione, tali come l’agro-ecologia e le catene corte, come indicato da Tomaso Ferrando.  Il possesso nel modello dominante si traduce in concentrazione. E l’attività produttiva prevale su quella generativa.

Tuttavia, la visione “cibo bene comune” non riguarda soltanto la sua condivisione equa, ma il rapporto con la terra stessa, e con la sua rigenerazione e cura. Alla questione di chi deve “possedere” la terra, Giacomo Lepri sostiene che si debba mantenere la proprietà pubblica della terra, o preservare la terra come bene pubblico, mettendola a disposizione di chi ha difficoltà d’accesso e si impegna in pratiche sostenibili.

Accedere alla terra senza possederla, per curarla: un esempio concreto

L’esempio della Cooperativa Coraggio, che dopo una vertenza pubblica ha potuto accedere in affitto a terre abbandonate alle porte di Roma, mostra una via d’accesso che non intacca il carattere pubblico o comune della terra. Queste terre abbandonate, che erano in attesa di cementificazione, hanno ritrovato la loro bellezza, capacità di accogliere e la natura con tutti i suoi profumi. Sono state trasformate in un vero parco verde, di protezione della biodiversità, con servizi per chi abita intorno. Un progetto polifunzionale, che ha dimostrando il potenziale d’iniziativa di giovani generazioni, iniziativa fondata sulla complementarità di saperi. La Cooperativa gestisce Borghetto San Carlo (22 ha), parte dei circa 400 ettari di terra assegnati dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma a giovani agricoltori, con bandi del 2014[12].  Di fatti la Regione Lazio dispone, secondo dati Istat, di 38.905 ha di terre pubbliche gestite dalla Regione e di 44.095 ha di terre collettive, gestite da altri enti pubblici, quali università e comuni[13]. Essendo il totale in Italia di 752.680 ha (pubbliche e collettive), nel Lazio la proprietà pubblica e collettiva equivale all’88% della superficie utile agricola (SUA) e all’11% del totale di SUA d’Italia. Ciò nonostante, l’80% del cibo di Roma proviene dall’esterno. Questi dati parlano da soli riguardo la responsabilità delle autorità pubbliche nella preservazione e valorizzazione delle terre come patrimonio da tramandare.

L’esperienza della cooperativa Coraggio – a cavallo tra rurale e urbano – è diventata un modello per la Banca delle Terre[14]. A quest’ultima si affianca il progetto Sibater[15] (sistema di sostegno ai comuni delle otto regioni meridionali) per il censimento e l’assegnazione di terreni incolti o abbandonati. Sebbene questo sia un passo significativo nel ristabilire canali d’accesso per le giovani generazioni, la vendita di terre pubbliche a giovani imprenditori risolve un problema d’iniquità nel breve periodo[16], ma non elimina quello delle generazioni future. Come ha detto Giacomo Lepri, la terra deve rimanere pubblica ed essere assegnata sotto condizione di buon uso e rigenerazione, con forme contrattuali d’interesse pubblico e salvaguarda dell’ambiente.

Un nuovo paradigma: rivoluzione delle coscienze, delle sensibilità, della conoscenza

Comunque, la questione della terra, nella sua accezione di fonte generativa di vita, non si limita alla gestione della proprietà. La sua preservazione per le generazioni presenti e future esige dei cambiamenti culturali radicali, una rivoluzione delle coscienze e delle sensibilità, altri modi di costruire la conoscenza, come gli interventi dei partecipanti hanno sottolineato.

Un rinnovo noetico, nel modo di come percepiamo la realtà composta da trascendente e immanente. Questa rivoluzione include il modo di intendere l’ecologia, cioè il rapporto tra natura e umanità, la sua dimensione spirituale e di sacralità, non come tabù ma come principio di una “ecologia integrale” (paradigma concettuale per la cura della casa comune e percorso d’impegno umano e cittadino dell’Enciclica Laudato si) che è la sola che può aprire vie di vero benessere umano e della natura, di “buen vivir”,  implicando l’abbandono di tutte le forme di disumana indifferenza[17], compreso l’indifferenza materiale, cioè il possedere per sprecare, per distruggere. Questa rivoluzione implica lo sforzo di capire, costituire e rispettare interrelazioni e interdipendenze, collocando il cibo all’interno di un paradigma di responsabilità in termini di salute, di biodiversità, di giustizia.

Infatti, le categorie utilizzata per costruire la conoscenza determinano le verità, le visioni etiche e i valori delle società, come ha sottolineato Paolo Renati[18]. Se la priorità è data dalla disaggregazione, dalla messa a fuoco di particelle di realtà, soprattutto quelle suscettibili di quantificazione, il risultato è il disastro. La conoscenza che produce catastrofi è quella che dimentica la sacralità indispensabile a non oltrepassare dei limiti e a riappacificarci con gli altri e con la natura[19].

Conclusioni

La disinformazione è un elemento chiave per mantenere il credo del cibo-merce. Come ha rilevato Nora McKeon, l’80% del cibo nel mondo è consumato localmente, attraverso mercati radicati nei territori e a non più di 80 km dal luogo di produzione.  Mentre le politiche e i politici si focalizzano sui monopoli globali, i piccoli contadini, così come i sistemi territoriali di vendita o scambio, sono ignorati. Il velo ideologico, costruito sull’idea che ciò che conta è misurabile, li rende invisibili.[20]

Come fare in modo che la politica ritrovi il suo ruolo, senza tradire costantemente i propri popoli, sottostando a multinazionali e meccanismi speculativi globali? Nora McKeon invita a lottare per evitare di lasciare ai poteri di mercato la definizione dei sistemi agricoli, come sarà il caso a settembre 2021, col Forum sui sistemi alimentari pianificato tra il Segretario di NNUU e il Forum Economico Mondiale, che marginalizzerà contadini e gli attori della società civile che ora partecipano al Comitato mondiale della Sicurezza Alimentare.[21]

La questione delle interrelazioni pone al centro non soltanto il rapporto tra locale e globale, ma quello trans-locale, cioè di reti orizzontali di sostegno reciproco, come è il caso del Concilio del Cibo per Roma che ha creato la Food Policy, dove pure le autorità locali giocano un ruolo importante. Un lavoro di convergenza delle diverse organizzazioni della società civile è il cammino per sviluppare la complementarità di saperi e logiche di resistenza, cioè la strada per definire cibo e terra beni comuni, distillando la dimensione politica di ognuna delle iniziative.

E indispensabili guardare al Green New Deal con occhio critico, ha detto Tomaso Ferrando, per evitare il consolidamento del modello modernista, tecnocratico e paradossale, che guarda soltanto ad approfittare del sud del mondo per le materie prime che servono alla transizione energetica. La questione del consumo del suolo deve essere posta sul tavolo decisionale del Next Generation Fund, per evitare il rischio di ritrovarsi con nuove autostrade, aeroporti o altre forme di cementificazione del suolo.

La proposta di Giacomo Lepri di modulare il prezzo dei prodotti biologici e rispettosi della vita in funzione del reddito, affinché la qualità diventi bene comune, è una sfida da approfondire. Non ci può essere bene comune senza giustizia sociale e non si può chiedere resilienza ai più fragili nella società profondamente frammentata.

Oggi, il cibo-merce ottenuto in violazione dei diritti ambientali e sociali sfama i poveri. Artificialmente economico – nella peggior connotazione di “economico”, cioè di basso costo – il cibo-merce scarica sulla terra, sull’ambiente e sulla dignità dei più fragili, attraverso inquinamento e sfruttamento (chiamate esternalità negative), il costo dell’ingiustizia.

La questione delle “esternalità negative”, o impatti dannosi sui più fragili e l’ambiente, non contabilizzati nei bassi costi, dovrebbe essere trattata come imperativo intrinseco al sistema capitalista speculativo, paradossalmente indifferente alla conservazione stessa dell’umanità. Per Hans Jonas – Il principio responsabilità – un nuovo agire umano dovrebbe essere così: “agisce in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la Permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra”. Poi scrive “include nelle tue scelte odierne l’integrità futura dell’uomo come oggetto secondario del tuo volere” … Il paradigma dei beni comuni porta a parafrasare questa idea così: “include nelle tue scelte odierne – insieme con gli altri – l’integrità futura della terra per proteggere la tua propria vita e quella delle generazioni future, come elemento inseparabile dal senso stesso di vivere degnamente”

Finalmente, è bene ricordare che ciascuno è chiamato nel quotidiano a fare in modo che il cibo diventi bene comune, per esempio partecipando alla campagna “Cibo bene comune” lanciata dal Comitato Rodotà in partenariato con Slow Food Italia[22]. Con questa campagna si prova a modificare nell’immaginario collettivo il senso stesso del cibo, mettendo alla portata di ciascun cittadino la concretizzazione del diritto al cibo, esattamente come il diritto all’acqua. Ciascuno deve poter accedere ad entrambi in dignità e libertà.

Gilda Farrell

[1]Consultare l’interessante file presentato da Nora McKeon durante il Forum, disponibile sul nostro sito: https://generazionifuture.org/wp-content/uploads/Forum-Tramandare-21112020-relazione-di-Nora-Mckeon.pdf .

[3]Secondo obiettivo della PAC 2021-27 https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/food-farming-fisheries/key_policies/documents/cap-briefs-2-productivity_en.pdf

[4]Terzo obiettivo de la PAC 2021-27 https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/food-farming-fisheries/key_policies/documents/cap-specific-objectives-brief-3-farmer-position-in-value-chains_en.pdf

[5]https://www.coop-coraggio.it/

[6]Per approfondire questo concetto vedere: Giacomo Pettenati, AlessiaToldo&TomasoFerrando, The food system as a commons, en: Jose Luis Vivero-Pol, TomasoFerrando, Olivier De Schutter &UgoMattei (Ed), The RoutledgeHandbook of Food as a Commons, Routledge, 2019.

[7]Per approfondire questo punto, vedere https://urgenci.net/

[8]https://www.agensir.it/italia/2020/04/22/effetto-coronavirus-banco-alimentare-40-cibo-distribuito-nuovi-poveri-in-aumento/

[10]Voices from the ground: from COVID19 to radical transformation of our food systems’. October 2020. Civil Society and Indigenous Peoples Mechanism. http://www.csm4cfs.org/csm-global-synthesis-report-covid-19/

[11]T. Ferrando, Il sistema cibo come bene comune, https://www.academia.edu/30215319/Il_sistema_cibo_come_bene_comune

[12]http://www.regione.lazio.it/rl_agricoltura/?vw=newsDettaglio&id=53

[13]Per analisi della differenza tra terre di proprietà di enti pubblici regionali e da terre di proprietà collettiva, che appartengono a enti come università d’agraria o che sono gestite dai Comuni, vedere: https://www.researchgate.net/publication/325270398_Gestione_delle_terre_pubbliche_-_Il_Lazio_Terreno_Fertile_per_il_nostro_futuro

[14]http://www.ismea.it/banca-delle-terre

[15]https://www.sibater.it/progetto/

[16]Sebbene Giacomo Lepri abbia fatto notare che alla vendita di terre pubbliche ai giovani si destina il 20% dei terreni che non sono già stati venduti, cioè i più scadenti e da una base d’asta di €100.000

[17]Disumana indifferenza è il termine utilizzato da Alessandra Sciurba per indicare il comportamento verso rifugiati e migranti, nel suo libro Salvarci insieme, Ponte delle Grazie, 2020. Per approfondire questioni legate alla cura della natura e alternative alla dittatura dell’economia capitalista, vedere l’enciclica 2015 Laudato sì e Mattei U., (a cura di), La dittatura dell’economia, prefazione di Luigi Ciotti, Edizioni Gruppo Abele 2020.

[18]Vedere: http://www.paolorenati.com/

[19]Vedere a questo proposito il discorso d’impossessamento del nuovo vicepresidente di Bolivia: https://www.pressenza.com/es/2020/11/discurso-del-vicepresidente-boliviano-david-choquehuanca/.

[20]Vedere N. McKeon, Food governance. Dare autorità alle comunità. Regolamentare le imprese. Jaca Book. 2019.

[21]Vedere:http://www.csm4cfs.org/open-call-civil-society-indigenous-peoples-engagement-respond-un-food-systems-summit/

[22]Vedere: https://generazionifuture.org/cibo-bene-comune/

 

sintesi forum terra e cibo beni comuni 21112020

 

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